frontDue anni di attesa tra un disco ed un altro possono essere molti oppure pochi, dipende da tante circostanze e variabili. Questa era una delle domande che mi ponevo alla vigilia dell’uscita di Thirteen (2011) e fortunatamente la risposta fu che, a mio parere, il lasso di tempo trascorso aveva premiato con una buona intuizione, l’album recuperava alcune posizioni precedentemente andate sbiadendosi.

Oggi il quesito si ripropone inalterato, i Megadeth infatti presentano il loro quattordicesimo lavoro intitolato Super Collider giusto a due anni di distanza da Thirteen.

Inciso in California nuovamente sotto la produzione di Johnny KSuper Collider sancisce anche il divorzio da Roadrunner; esce infatti per Tradecraft, etichetta creata da Dave Mustaine.

David Ellefson è rimasto nel roster e pertanto la formazione finalmente è rimasta invariata; tutti i pezzi del puzzle parevano finiti al proprio posto, c’erano tutti i presupposti giusti e invece…Dopo il guizzo di due anni fa, dispiace dirlo ma ci troviamo di fronte ad una nuova caduta; lo affermo con tutto il rispetto e la deferenza che una band come Megadeth merita, per la storia importante e per tutto ciò che ha prodotto e rappresentato per il thrash metal.

Purtroppo però non posso fare a meno di registrare la mancanza di abrasività, di cattiveria, di aggressività in questo album, tranne che in alcuni riusciti passaggi. E’ una constatazione complessiva, per fortuna si riescono ad estrapolare episodi più convincenti ma la sensazione generale è di un disco più fiacco, spesso pendente più verso l’ hard rock piuttosto che verso il thrash.

Non è la prima volta che accade e lo considero comprensibile a fronte di una carriera cominciata quasi 30 anni fa ma, ripeto, il senso di delusione e di rammarico viene amplificato dalla buona prova precedente.

Si possono dividere le undici tracce in due gruppi, nel primo includo quelli che a mio avviso sono i momenti migliori ed indico dunque Kingmaker, l’ efficace Burn!, Built for War, l’ottima Dance in the Rain che vede in veste di singer David Draiman (front-man dei Disturbed e dei Device), The Beginning of Sorrow e la cover Cold Sweat dei Thin Lizzy.

Qui a mio avviso Mustaine e compagni offrono il meglio, con brani tirati e radenti, una ritmica inflessibile con Ellefson e Shawn Drover impegnati a martellare senza sosta. Sempre di alto livello gli intrecci tra le chitarre di DM e Chris Broderick. Tuttavia, anche in queste tracce talvolta si ha la sensazione che i Megadeth avanzino con il limitatore inserito, nel senso che pur trasmettendo impressioni positive i brani citati avrebbero potuto offrire ancora di più.

Dopo di che si passa al secondo gruppo di pezzi che, come detto, mi ha lasciato davvero perplesso, a cominciare dalla title track. Di per sé non sarebbe neanche male, Mustaine “ricama” da par suo ma è prevedibile, sin troppo “catchy” e assolutamente distante dallo stile del gruppo, un brano hard rock al 100 %.

Off the Edge è priva di mordente. The Blackest Crow regala un bel solo di Dave e poco altro. Forget to Remember vede nuovamente Draiman al microfono ma ha poca sostanza.

Don’t Turn Your Back… è un pezzo bello tirato ma, di nuovo, troppo prevedibile e comunque morbido per i dettami della band californiana; va sottolineato comunque che almeno ha un’anima, è materia viva.

A conti fatti dunque una prova opaca e non troppo convincente, molte ombre e poche luci. Ciò detto questa non va intesa come una bocciatura definitiva per i Megadeth ma certo si aprono diversi punti interrogativi sul loro stato attuale e su ciò che ancora possano essere in grado di offrire. Come sempre, lungi da me cercare inutili raffronti con un passato lontano ma, rimanendo alle ultime produzioni, questo mi pare un salto nel vuoto.

Max

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