frontUna band italiana, un musicista italiano, un progetto italiano di cui andare particolarmente orgogliosi. Afterthoughts è il nuovo album dei Nosound di Giancarlo Erra, entrati nel 2008 nella prestigiosa scuderia Kscope.

Preceduto dal bellissimo At The Pier, breve EP uscito lo scorso novembre che vedeva alla batteria Chris Maitland (ex Porcupine Tree Blackfield), Afterthoughts prosegue l’opera di ricerca musicale di Erra, stabilmente inserita in un filone che vede Steven Wilson, Porcupine Tree e, a mio parere in modo in tono minore, Anathema e Pineapple Thief come scie luminose; scavando a ritroso nel tempo i Pink Floyd possono risultare l’aggancio più credibile con il passato.

Quarto album della serie che vede il solo Alessandro Luci al basso, collaboratore della prima ora, rimasto in formazione sin dal debutto. Attualmente Marco Berni (tastiere), Paolo Vigliarolo (chitarra acustica) e Giulio Caneponi (batteria) completano il roster, anche se in studio, come accennato, alle pelli si è disimpegnato con la consueta classe di nuovo Maitland.A costo di essere tacciato di eccessivo patriottismo a mio vedere Afterthoughts è uno dei più bei dischi di un gruppo italiano da anni a questa parte e credo che potrà dire la sua in una ipotetica classifica assoluta relativa all’anno in corso.

Non è soltanto una questione di tecnica musicale o di riuscita produzione, di una efficace scelta dei suoni e di un loro buon bilanciamento; qui si va oltre, ci sono gusto, sensibilità, classe e queste sono doti che si possiedono o che difficilmente si apprendono.

Emozioni a profusione dunque sin dall’inizio con In My Fears dove la voce e la chitarra di Giancarlo Erra entrano subito in azione, colorando di pathos sin dalle prime note, in un crescendo drammatico improntato alla psichedelia. Da sottolineare anche il dolce accompagnamento del violoncello suonato da Marianne DeChastelaine.

I Miss the Ground amplifica se possibile questa sensazione di vuoto e solitudine, tra sonorità aeree ed il timbro di Erra sempre più malinconico e sospeso. Grandissimo lavoro di accenti e variazioni di Chris Maitland che come vedremo avrà modo di mettersi più volte in evidenza con il suo drumming fantasioso.

Two Monkeys The Anger Song erano contenute nell’ EP di poco tempo fa; la prima è una lenta e soffusa ballad guidata dal piano di Marco Berni in cui Maitland fa un sapiente uso dei piatti. La voce del cantante è dolce e triste, quasi sul punto di “cadere” come il mood stesso del brano che va a terminare con un suggestivo tappeto di tastiere.

La seconda invece rimane a mio parere una delle punte di diamante dell’album, improvvise aperture sospingono il suono all’inverosimile; un brano denso di emozioni che rimandano non poco a S.Wilson e a vecchie produzioni dei Porcupine Tree.

Nuovamente un arpeggio di piano, seguito da un’acustica, ad aprire Encounter che si dipana lenta ed ipnotica, a suggellare in qualche modo una sensazione di inesorabile raccoglimento e nostalgia. Gli inserti del violoncello aumentano l’enfasi della traccia.

She in qualche modo prosegue inizialmente su questa falsariga, dilatando poi l’orizzonte con un arrangiamento più corale e meno “minimalista”. Alto tasso di drammaticità per un brano dal finale in crescendo.

Due grossi calibri: il primo è rappresentato da Wherever You Are dove il violoncello disegna ricami di grande emotività su di un tessuto musicale altamente psichedelico e “space”. L’ atmosfera permane sospesa sino all’ingresso della batteria di Chris Maitland, in grado con l’aiuto del piano di trasportare il brano in un’altra dimensione, su un altro livello.

Paralysed, secondo pezzo da novanta, dipinge un quadro a tinte più vivide; sincopato e quasi in attesa nella prima parte, viene improvvisamente lacerato da un altissimo solo della chitarra di Erra prima di atterrare su di un testo disperato cantato (e poi gridato) questa volta in italiano.

Afterthought è il brano conclusivo ed affida ancora al piano l’incipit. Una ballad intensa ed evocativa, in bilico tra la voce di GE ed un arrangiamento contenuto a poche sonorità, tra piano, tastiere ed un bel crescendo vocale conclusivo.

Le collaborazioni con Chris MaitlandTim Bowness (No-Man), l’etichetta di appartenenza, sono tutti segnali indicativi di un certo tipo di sonorità ma al tempo stesso non devono trarre in inganno; il sottile ed invisibile filo che può legare i Nosound ai “Porcospini” indubbiamente è in certi momenti palpabile, ma niente di più.

La band italiana ha un suo stile ormai, ha le proprie coordinate sulle quali sa muoversi con classe cristallina; se Afterthoughts avesse contenuto anche la classica “zampata” forse si potrebbe gridare al miracolo !

Max

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