frontSono in cinque e vengono dal Texas, si chiamano Oceans Of Slumber e debuttano con Aetherial, album auto prodotto che è paragonabile ad una martellata sui denti per forza e brutalità.

Suonano un progressive death metal carico di aggressività, non incline a compromessi; volendo offrire un termine di paragone posso pensare a Between The Buried And Me o ai Lamb Of God ad esempio ma è presente anche qualcosa dei Mastodon pre- The Hunter. Andando più indietro nel tempo forse anche qualche richiamo ai Pantera ( al solito ricordo che questi sono solo meri riferimenti per riuscire a collocare al meglio il sound di una nuova band, niente di più).

Il quintetto di Houston ha creato anche una propria etichetta per pubblicare questo lavoro che vede tra l’altro al mixer l’opera di Russ Russell (Napalm Death, Dimmu Borgir ).

La formazione si compone di Ronnie Allen (voce e vera presenza), Keegan Kelly (basso), Dobber Beverly (batteria), Sean Gary (chitarra solista) e Anthony Contreras (chitarra).

Allen usa spesso un timbro harsh che caratterizza decisamente ogni brano e ben si accompagna alla deflagrante mole di suono della band. Le due chitarre talvolta si scambiano anche i ruoli ma in ogni caso danno vita ad un wall of sound epico e talvolta impressionante mentre la ritmica segue i dettami più consueti del genere, implacabile ed inarrestabile.

A ben guardare si fondono tra loro elementi prog, death, per certi versi quasi black e, perchè no, grindcore, in un ventaglio metal che più ampio non si può; il risultato è una cavalcata infernale, (quasi) senza soste dall’inizio alla fine.

Nove tracce, nove ganci in pieno volto sferrati con potenza inaudita; tra loro voglio senz’altro citare Coffins Like Kites che mette in luce perfettamente l’intero arsenale di cui dispone la band americana e la capacità di attraversare sotto-generi e tendenze con estrema disinvoltura. Non ci sono solamente cambi di ritmo ma anche scenari che si susseguono, vengono stravolti e rivoluzionati di continuo.

Only a Corpse mette ancora in evidenza il talento di riuscire a fare coesistere anime e spunti musicali diversi all’interno dello stesso brano, senza per questo perdere in omogeneità, con un grande lavoro delle chitarre.

La title track, cupa e grave nel growl del cantante, mantiene questa caratteristica come asse portante riuscendo anche a fare emergere una linea melodica; un brano lacerante, una sorta di incubo ad occhi aperti.

La conclusiva Great Divide vede un cantato pulito ed è forse il brano dove si trovano le maggiori concessioni melodiche.

Come sempre davanti ad una prima prova bisogna cercare di comprendere anche quelli che possono essere ancora dei limiti per una band, credo sia scontato. L’impatto devastante degli Oceans Of Slumber comunque c’è e rimane ben impresso, al di fuori di ogni dubbio; molto interessante per gli appassionati del genere e in grado di suscitare curiosità per la successiva evoluzione.

Max

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