frontUn concept album con una storia ed una preparazione alle spalle lunghissima, Galahad Suite del musicista Anton Johansson vede finalmente la luce.

Il poli strumentista svedese ha assemblato un numero impressionante di collaboratori per questa fatica, tra i quali mi limito a citare Linus Abrahamson (chitarra e basso), Magnus Karlsson (chitarra, Primal Fear), Lalle Larsson (tastiere, Karmakanic Agents of Mercy), Alf Wemmenlind (voce) e Magnus Kristensson entrambi dei Mister KiteJens Johansson alle tastiere (Stratovarius, Y. Malmsteen, Dio).

Lo script della storia, le musiche (in buona parte) e la produzione sono a cura dello stesso Johansson; esce per Lion Music.

Un album ed una trama epica nella quale la musica che la descrive vive in alternanza tra power metal e un prog metal assolutamente melodico con cui l’ex Mister Kite è riuscito a fare rivivere, musicalmente, un’ epopea.Le note vicende di Sir Galahad, cavaliere solitario nobile e puro d’animo, vengono ripercorse in un viaggio musicale diviso in dieci capitoli che rappresentano le fasi salienti della narrazione; la ricerca del Santo Grail, il profondo rapporto con la fede ed i successivi dubbi, l’intero e tormentato cammino del cavaliere visto in chiave metal.

Un netto e chiaro richiamo dunque alla storia ed alla mitologia per un album sicuramente dal potere “cinematografico” senza però eccedere, a differenza di altri.

Sin dal prologo (Galahad – The Hope) il testo ancor prima della musica predispone perfettamente all’ascolto e alla comprensione della storia (The day that he was born – His destiny was sealed- He would be the one- Saviour of the world). Epico e maestoso.

Pieno power metal dunque per la seguente Somewhere-The Quest con un bel solo di chitarra ad opera di Dennis Post. Buoni episodi di fila sono Happy-The Incident, molto tirata e Hunted-The Decision sospesa tra un atmosfera soffusa ed improvvise accelerazioni.

Qualche momento più interlocutorio e prevedibile come la strumentale Morning Sun – The Battle (valide comunque le tastiere di Lalle Larsson) Never Alone – The Victory (gran solo alle tastiere di Jens Johansson) non inficia più di tanto la bontà di altre sezioni quali Loneliness – The Peace, struggente ballata che si perde nel suono del violoncello di Anna Forsvall Lundmark prima e di una chitarra elettrica poi.

Molto bello il lavoro alla sei corde di Magnus Kristensson in Coming Home – The Reward, vero e proprio snodo della storia, anticipatorio del momento più alto ed intenso, quella Vision Divine – The End che a mio parere è il momento migliore del plot.

Ci sono molti modi di interpretare vicende come queste. Anton Johansson sceglie una via sicura e decisa, per un disco molto omogeneo. Buona anche la scelta di coinvolgere vari musicisti in modo da caratterizzare maggiormente ogni singolo passaggio. Galahad Suite scorre via veloce e piacevole, non ha pretese di essere un lavoro imprescindibile ma credo possa fare la gioia degli appassionati del genere.

Max

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