frontUna genesi faticosa, fatta di rinvii, gravi problemi di salute, incomprensioni e divorzi; concerti annullati, incisioni posticipate. Raramente ho assistito ad un “parto” discografico così travagliato e difficoltoso ma finalmente…è nato ! 13, nuovo album dei redivivi Black Sabbath  (fermi da Forbidden  del 1995). Non considerando la parentesi di The Devil You Know inciso sotto il moniker Heaven & Hell questo è dunque il diciannovesimo titolo della discografia sabbathiana.

La vera notizia invece è che registra la reunion di Mr. Ozzy Osbourne con Tony Iommi Geezer Butler, bisognava risalire al lontano 1978 (Never Say Die !) per ricordarli ancora insieme. Come oramai è noto problemi inerenti accordi economici e contrattuali hanno escluso Bill Ward e dunque, purtroppo, il cerchio non si è potuto completare. Al suo posto è stato arruolato Brad Wilk, già drummer di Rage Against The Machine Audioslave.

In mezzo a difficoltà di ogni genere i “ragazzi” per la produzione hanno deciso di affidarsi al mago Rick Rubin e credo scelta migliore non potessero fare. Il connubio con il grande producer ha fatto sì che ne uscisse un album dal sound 100% Black Sabbath e trovo questa come la conclusione più normale e azzeccata cui si potesse arrivare.

Stiamo parlando di una band STORICA che si è rimessa in moto dopo un tempo infinito; l’anagrafe non fa sconti a nessuno, oggi Iommi (65), Butler (64) e Ozzy (in marcia per i 65) sono degli attempati rocker, carichi di esperienza e successi cui però ovviamente non si può chiedere lo spirito, la combattività e l’afflato dei tempi di Paranoid !

Una volta di più ribadisco che l’album, in particolare questo album, va ascoltato, vissuto e valutato per quello che è, a sé stante, senza andare a cercare paragoni col passato che  a mio avviso oltre che insostenibili diventano ridicoli.

Testi ad opera di Butler, musiche composte dalla band per otto brani di sicuro effetto, un tuffo in un passato remoto che sin dalle prime note però riesce a riportare in vita il sound indimenticato della band di Birmingham.

Prima di scendere nei dettagli voglio subito dire che il quartetto gira molto bene, sicuro e diretto; i riff di Tony Iommi fanno tuttora scuola (e continueranno a farne), Geezer Butler cuce, tampona e sostiene indomito con il suo basso, “The Madman” lo percepisco meno gigione del solito e maggiormente convinto. Brad Wilk ha un compito non facile, il drumming di Bill Ward è quello dei BS ma devo dire che assolve bene il suo compito pur provenendo da una scuola diversa.

Doom metal, quel genere che proprio loro hanno inventato, rivive nella sua forma originaria in 13 sin dalla introduttiva End of Beginning e di qui sino al termine. Cupissimo come sempre il riff del chitarrista, spiana la strada ad un brano che scaraventa letteralmente indietro nel tempo. Pare quasi che i Sabbath non se ne siano mai andati, Ozzy si impadronisce del microfono e tinge il pezzo di maggiore oscurità. Buona l’intesa tra Butler e Wilk e tale devo dire si manterrà per tutto il disco. Nella seconda parte della traccia Iommi comincia a regalare il primo dei suoi soli.

Su questa falsariga prende il via God Is Dead ?, pezzo più lungo con i suoi quasi nove minuti e primo singolo estratto dal Cd. Se possibile qui i ricordi e le sensazioni prendono vita ancora di più; la drammaticità del sound della band è allo zenith, Osbourne lascia da parte le trovate circensi e torna a vestire i panni di quel singer carismatico e magnetico che sa essere. L’andamento lento ed inesorabile viene sferzato dalla ritmica e dai consueti ed incredibili interventi del chitarrista.

Loner risente in fase compositiva della mano del singer, un pezzo che più facilmente potrebbe trovare posto tra le sue produzioni. La linea melodica si fa più brillante, meno oscura e compressa, le sonorità maggiormente “aperte” e brillanti.

Zeitgeist per contro è il brano più breve; inizia con una breve risata e vede Iommi disimpegnarsi all’acustica. Una ballad lenta e triste, nella quale si ritrova un Ozzy particolarmente ispirato mentre Wilk è alle percussioni. Molto suggestiva ed emozionante.

Si riparte forte con Age of Reason che avanza ineluttabile, pare che i BS abbiano inserito il pilota automatico; il brano si dispiega da solo con estrema facilità e semmai mostra un pò la corda nella prima parte. Un provvidenziale cambio di ritmo della batteria conduce ad una seconda parte più mossa e variata, grazie anche ad un solo tagliente di Tony Iommi.

Altro passaggio relativamente breve, Live Forever sposta il tiro verso l’ heavy metal “cucinato” nella salsa tipica del quartetto. Meno cadenzata e più aggressiva, sicuramente un must in concerto. Voglio aggiungere che, a dispetto dell’età, con un chitarrista così tutto diventa più facile !

Altro momento torrido è rappresentato da Damaged Soul, grande rock-blues con uno Iommi a tratti “hendrixiano”. Osbourne canta secondo le sue linee più essenziali e suona l’armonica, la ritmica si concede maggiori e gustose divagazioni che in altri brani ma è ancora l’uomo alla sei corde il vero mattatore.

Tocca a Dear Father calare il sipario, andando a riprendere quasi da dove avevano cominciato. Nuovamente un’atmosfera brumosa e maligna, Ozzy regala forse proprio qui una delle migliori prestazioni per energia e convinzione. I rintocchi di campana e lo scrosciare della pioggia sono il saluto finale e forse, ricordando Black Sabbath, definitivo.

Rick Rubin opta per una produzione estremamente pulita ed attuale pur mantenendo fermo l’impianto sonoro della band. 13 a mio parere suona molto bene, è un gran bel disco ribadendo a margine tutte le considerazioni già espresse; dopo tutto questo tempo e alla loro veneranda età, di più i signori delle tenebre non potevano fare. Un ottimo ritorno e, probabilmente, il vero addio.

Max

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