coverSecondo appuntamento con gli Apple PieThe Gates of Never vede ospiti di tutto rispetto come Derek Sherinian (ex Dream Theater) alle tastiere e Ric Fierabracci (già con la Chick Corea Electrik Band) al bassoTorna alla carica dunque il trio proveniente da Kursk,  autore di un prog metal basato su elementi fusion e talvolta sinfonici, oltre a più rari passaggi di stampo new prog.

L’esordio datato 2007 (Crossroad) era stato davvero molto promettente, in una miscela tra Dream Theater Spock’s Beard per un sound dunque molto americano.

Poi un lungo letargo che ha prodotto anche degli avvicendamenti all’interno della band ma tutto comunque è rimasto in capo al vero mastermind, Vartan Mkhitaryan, che oltre ad essere il compositore del gruppo ne è anche voce, chitarra e tastiere.

Maxim Zhdanov (basso e voce growl) Andrey Golodukhin (batteria) completano il nucleo della formazione russa cui, come accennato, contribuiscono Sherinian con le sue tastiere e Fierabracci al basso in un solo brano.Tanta qualità quindi che viene ribadita pure in questa occasione dove se mai i suoni divengono ancora più raffinati e puliti, perdendo probabilmente qualcosa in immediatezza. Quello che per gli Apple Pie forse poteva essere solo un sogno si è parzialmente tramutato in realtà con il coinvolgimento dell’ex DT e mi pare di poter dire che la sua “mano” si sente.

Oltre tutto l’accoppiata con Fierabracci aveva già dato ottimi risultati proprio di recente, come si è visto per lo splendido Semantic Saturation.

Prodotto egregiamente dallo stesso Vartan Mkhitaryan in collaborazione con Oleg Moroz segna il passaggio a sette brani (tra cui una lunga suite divisa in quattro parti) di matrice più aggressiva e spessa. Le sonorità si sono evolute ed arricchite ed ancora una volta resto stupito davanti ad un’ottima cifra tecnica espressa da musicisti poco più che sconosciuti (quanto meno da noi).

Poco meno di un’ora in cui il mood più aggressivo in stile Dream Theater ( vedi l’ottima e tiratissima title track iniziale in cui Sherinian domina, coadiuvato dalla gran batteria di Andrey Golodukhin ) si alterna a quello più variegato e melodico in stile Spock’s Beard ; la lunga suite Letters of A Deadman ne è un perfetto esempio ed al proposito voglio segnalare il pastoso solo al basso di Fierabracci nella sezione intitolata Don’t Look Back.

Peter Sychev Artavazd Avetyan sono ottimi backing vocalists aggiunti, contribuendo spesso a ricreare in qualche modo atmosfere non lontane da quelle evocate e prodotte da Neal Morse. La cura dei dettagli sonori è impressionante, la si può constatare anche nella successiva sezione (Memories), facile all’apparenza ma in realtà punteggiata da piccole sfumature, con un basso molto “pieno” di Maxim Zhdanov  ed un finale romantico impersonato dalla bella voce di Mkhitaryan e la sua chitarra.

Un esatto compendio tra le due “anime” della band lo si può ritrovare giusto in Question, parte conclusiva della bella suite che riesce appunto a condensare in sé ambedue gli approcci.

Il piano e la voce del singer sono gli assoluti protagonisti di No Reason For This War, episodio che svela una prima parte molto romantica ed intensa ed una seconda invece stravolta da uno splendido solo di Derek Sherinian. Un finale in divenire, lento ed inesorabile, ne suggella definitivamente il lato più emozionale.

Un colpo a sorpresa, abbastanza imprevedibile, è rappresentato dalla lunga e conclusiva Strange Feeling Called Love, traccia nella quale fanno la comparsa anche elementi legati all’ A.O.R. Ampio ricorso a polifonie, parti soliste molto marcate ed alternate nelle quali ogni singolo strumento trova il suo momento di gloria. Le tastiere di DS ed il duo ritmico Zhdanov/Golodukhin, instancabilmente, tessono la tela. Il segmento terminale si tinge di colori decisamente progressive, ricordando da vicino certi lampi epici dei Transatlantic.

Con The Gates of Never gli Apple Pie celebrano non solo il loro ritorno ma anche in un certo senso una parziale mutazione del loro sound; queste dunque sono le tipiche situazioni in cui entra in gioco, pesantemente, il gusto personale. A mio parere si tratta di un ottimo disco, suonato e prodotto con tanta passione e qualità; il lato più propriamente symphonic si è andato gradualmente diluendo a favore di costruzioni e ambienti più strutturati e dinamici, di maggior peso.

Max

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...