frontDue mesi dopo l’uscita dell’album dei Queensrÿche versione Geoff Tate, tocca ora al resto della band pubblicare quello che è il tredicesimo album del gruppo o, comunque, il primo che segue il divorzio dal frontman.

Senza grandi sforzi di fantasia il titolo è semplicemente…Queensrÿche e non starò qui a ripercorrere le tappe della vicenda, oramai arcinota; quel che è certo è che la faccenda vive davvero anche sul filo del tempo e dunque, anche non volendo, i paragoni si sprecheranno.

Fin dalla copertina il messaggio è chiaro, non lasciando spazio a dubbi; è in atto una vera e propria guerra tra le due fazioni e se fin qui è andata…pari e patta, non oso pensare quale potrà essere le piega definitiva !

I toni della contesa si fanno e si faranno sempre più aspri anche perché la scelta del sostituto di Tate certamente non è stata casuale; il timbro di Todd La Torre (ex Crimson Glory) è quanto di più analogo potessero trovare.Inciso a Seattle e pubblicato per Century Media, Queensrÿche è un disco brevissimo, 35 minuti circa, a testimoniare una fretta maledetta; la produzione è affidata a James Barton che già aveva collaborato con la band mixando due album e co-producendone un altro.

Due anni fa, l’ultima e controversa uscita di insieme, Dedicated to Chaos, aveva fatto discutere, suscitando pareri contrastanti ; oggi, prima il Cd Tate-version che mi ha lasciato perplesso, poi questo, decisamente di un’altra pasta pur essendo perfettibile e ancora distante dal suono Q a pieno regime.

Il buon Todd è autore di buona parte dei testi e si segnala sopratutto per il canto talentuoso verso il quale, a mio avviso, pochi appunti possono essere mossi; detto delle evidenti analogie ognuno poi interpreta e caratterizza i brani a proprio modo.

I tre membri storici della band, Scott Rockenfield (batteria), Eddie Jackson (basso) e Michael Wilton (chitarra), oltre all’altro chitarrista Parker Lundgren danno l’impressione di muoversi però ancora un pò ad intermittenza, nel senso che se tecnicamente le loro doti non sono in discussione mostrano invece un song writing a tratti un pò instabile, quando solido e massivo e quando invece più fragile e comunque distante dal suono possente ed indiscutibile della band.

Undici tracce che in realtà diventano nove al netto di due brevi filler. Episodi a mio vedere decisamente riusciti come Where Dreams Go To Die, A World Without (con il contributo vocale di Pamela Moore) e la conclusiva Open Road mettono in luce una band ancora desiderosa ed in grado di esprimersi su alti livelli: indubbiamente la somiglianza vocale tra La Torre e Tate a mio vedere contribuisce a gestire in modo più indolore il delicato passaggio.

Il nucleo del disco si mantiene su livelli più che discreti anche se un filo al di sotto; brani come SporeIn This LightRedemption e Fallout consegnano ancora un quintetto ispirato, teso a spingere tra riff corposi e refrain accattivanti ma non banali. Inutile cercare lontani riferimenti del passato, questo è comunque uno standard ampiamente oltre la sufficienza.

Ci sono a mio parere anche un paio di crolli vertiginosi rappresentati da Vindication Don’t Look Back dove il suono diventa piatto, prevedibile e davvero esile, al limite dell’imbarazzante.

E’ probabile che i tempi stretti causa le note diatribe abbiano influito sulla riuscita finale ma resta netta l’impressione di un lavoro buono che avrebbe potuto essere anche migliore; va anche dato atto che un ascolto dopo l’altro la cifra globale aumenta. Sicuramente conferme o smentite in questo senso se ne potranno avere in un prossimo futuro, quel che è certo rimane che i presupposti al momento si rivelano piuttosto confortanti.

Max

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