frontProsegue il cammino degli Orphaned Land, band israeliana autrice di un prog metal in salsa mediorientale con numerosi accenti folk. All Is One è il quinto titolo per il gruppo giunto ad una maggiore visibilità con The Never Ending Way of ORwarriOR (2010), mixato e prodotto da Steven Wilson. 

Gli innumerevoli passaggi caratterizzati da sonorità di matrice araba ed israeliana hanno dapprima raggiunto una dimensione più teatrale, poi più a stretto contatto con la scena internazionale (l’opera di SW) ed oggi se mai tendono a colorarsi di tonalità più scure.

Impegnati da sempre nel tentare di coinvolgere in modo trasversale le diverse anime e credo che popolano la loro terra, rinnovano con questo nuovo album i loro sforzi ed al proposito una rapida occhiata alla copertina credo valga molto di più di tante parole.

La band capitanata da Kobi Farhi (cantante) è riuscita negli ultimi anni a fare un deciso salto di qualità, conquistando una certa rilevanza e popolarità internazionali.Il sound proposto come detto è molto particolare perché senza dubbio il contrasto prodotto tra una base prog metal e l’utilizzo di strumenti etnici non passa davvero inosservato. Esistono altri esempi di questo tipo, basti pensare ai tunisini Myrath e dunque, inevitabilmente, l’effetto sortito a mio parere è destinato a riscuotere esiti molto soggettivi.

Unire il growl a parti corali o narrate, mettere insieme ritmiche molto variate e martellanti all’uso di buzouki, saz ed altri strumenti del medio oriente comporta talvolta degli squilibri e comunque un attimo di perplessità nell’ascolto.

Ad ogni modo All Is One se ricalca nei concetti i testi dei Cd precedenti (anzi, rilanciati con maggior vigore) musicalmente si pone in modo leggermente diverso, nel senso che pur mantenendo le peculiarità già note registra a mio vedere un suono più strutturato. Il grosso calibro Jens Bogren ne ha curato il missaggio mentre le registrazioni sono avvenute tra Israele, Turchia e Svezia con un ampio uso di cori ed archi (sezione di violini turca).

Chen Balbus ha rilevato la chitarra di Matti Svatizky che lasciato il gruppo per motivi personali, il resto della formazione è rimasto immutato; uso limitato di vocalist femminili e addirittura limitatissimo del growl, presente solo in occasione di Fail. Cala dunque la componente death per lasciare spazio a quello che è divenuto vero e proprio oriental prog metal.

Undici tracce aperte dal potentissimo coro della title track che segna una partenza quanto mai decisa, pur se infarcita di una infinità di echi e suoni locali.

The Simple Man amplifica il contrasto, ponendo con maggior decisione l’accento sugli elementi folk che fanno da contraltare a pesanti riff delle due chitarre ed a una ritmica instancabile.

Ancora violini ad aprire Brother, canzone manifesto dell’ Orphaned Land-pensiero; ballata ricca di enfasi e riverberi, poggiata sul caldo timbro del singer.

Let The Truce Be Known riporta la direttrice sonora su coordinate più prog metal, pur se con tutte le eccezioni e particolarità del caso. Through Fire And Water proietta direttamente in una dimensione mistica, tipica dei luoghi, con un realismo impressionante, sembra abbia il potere di trasportare l’ascoltare direttamente li. L’ingresso di una voce femminile prima e quello di basso e batteria poi fanno confluire questo zampillare di sonorità etniche in un andamento metal.

Unico momento a tinte death, Fail, vede come detto Kobi Farhi alternare voce clean al growl; a mia opinione è uno dei brani migliori, con più aggressività e tiro ma al tempo stesso devo dire che è forse uno dei più impersonali del disco. Ottimo pezzo prog-death metal, suonato e cantato impeccabilmente, che però potrebbe appartenere al repertorio di molte altre band (come spesso accade una valutazione può cambiare a seconda dell’ angolo di osservazione).

Passaggi rapidi ed incisivi come la strumentale Freedom o la successiva lenta e cadenzata Shama’im (cantata in ebraico ?) mantengono costantemente aperti i due canali sonori, le due matrici apparentemente tra loro inconciliabili.

Ya Benaye spinge oltre, se possibile, questa dicotomia certificando di fatto lo stile della band; mai come in queste tracce la soggettività dei gusti diviene basilare.

Si ritrovano, in parte almeno, tonalità più scure e ombrose con Our Own Messiah; si incupiscono i riff delle chitarre prima di lasciare invece esplodere in campo aperto il canto liberatorio di Farhi ed un bel solo alla sei corde di Yossi Sassi.

La bellissima Children chiude il conto; brano davvero corale ed immaginifico, carico di enfasi con rotonde linee di basso da parte di Uri Zelcha ed il drumming preciso e regolare di Matan Shmueli.

“People should be judged by their hearts and inner sincerity, not their religious beliefs”; questo il messaggio chiaro e deciso che arriva dagli Orphaned Land. Testi di sentimenti volti in positivo che raccontano di speranza, fratellanza e reale volontà di cambiamento. Musicalmente ci sono stati qualche aggiustamento, alcune limature e sensibili modifiche ma il trademark resta quello conosciuto, molto particolare e dunque, ribadisco, soggetto alle singole preferenze.

Personalmente ne colgo molti aspetti positivi anche se non mi fa impazzire.

Max

commenti
  1. Jacopo scrive:

    Sono stati da sempre fan degli orphaned , ho acquistato mabool appena uscito per century media, col tempo le cose sono cambiate ma hanno sempre sfornato capolavori ognuno con piccole diversità ma con una linea che li contraddistingue : l’amore per la loro terra, la libertà e un senso di fratellanza, forse noi italiani dovremmo apprendere da questi israeliani .
    Cheers🙂

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