Johannes Luley Tales From Sheepfather’s Grove 2013

Pubblicato: giugno 25, 2013 in Recensioni Uscite 2013
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frontCi sono dei momenti, dei periodi, nella storia della musica destinati a rimanere sempre vivi nei ricordi per un insieme di circostanze positive le quali, difficilmente, si potranno ripetere. Anche i musicisti vivono di emozioni, sensazioni, ricordi e tutto questo è contenuto e ben raffigurato all’interno di Tales From Sheepfather’s Grove, delicato album solista di Johannes Luley, già chitarrista e fondatore dei Moth Vellum disciolti qualche tempo fa.

L’artista statunitense (crescituto però in Germania) con questo album rievoca e porta a nuova vita essenzialmente il periodo d’oro della collaborazione tra Vangelis Jon Anderson; come il geniale compositore greco (e come Mike Oldfield, altro riferimento) Luley si occupa di suonare tutti gli strumenti, lasciando giusto sognanti sezioni di arpa a Stephanie Bennett. 

Le parti vocali invece sono divise tra Robin Hathaway, Kristina Sattler Sianna Lyons, oltre naturalmente Luley stesso.

Ho parlato di Vangelis ma in realtà la presenza delle tastiere è meno roboante; ci sono notevoli parti di chitarra, in gran parte acustica e classica, mandolino ed altri strumenti a corda che rimandano più da vicino a Mike Oldfield ma anche ad Anthony Phillips. E, per molti versi, il ricordo di Olias of Sunhillow di Jon Anderson qui riprende forma con estremo realismo.

Atmosfere davvero pastorali e pacate, anticipate dalla splendida copertina realizzata dall’armeno Harout Demirchyan la quale, a sua volta, fa scattare per il tipo di tratto il collegamento con i lavori di Roger Dean.

Un bagno catartico nel passato dunque, un tuffo nel progressive degli anni ’70 con tutti i rischi che ne conseguono; perché se è vero che quelle trame musicali, quegli emozionanti paesaggi sonori restano indimenticabili, è altrettanto vero che volerli riproporre oggi è un’operazione abbastanza “pericolosa”, non fosse altro per il rischio di cadere nella brutta copia.

Inquadrata la situazione non resta che descrivere Tales From Sheepfather’s Grove come un album che indubbiamente sa far vibrare le corde emozionali, andando a lambire tutti i riferimenti sopracitati. La capacità di Luley è se mai quella di prendere un pò da ognuno e sapere miscelare gli spunti, garantendo un piacevole risultato.

Stab The Sea, pregevole track divisa in due parti, apre il disco e immediatamente restituisce tutti riferimenti e sensazioni già descritti e tra tutti, trovo che quello con Olias di Jon Anderson sia il più vicino. Ad una prima parte strumentale, sognante e pastorale, fa eco la seconda con un cantato dapprima muto, su una base di tamburelli ed altre percussioni, in un lento crescendo di tastiere.

Tra accenni a Steve Howe ed Anthony Phillips una chitarra classica e la voce di Luley percorrono Guardians Of Time, con il sostegno vocale del coro femminile; atmosfera decisamente suggestiva.

Moments apre ad un fitto dialogo in sottofondo tra acustica e tastiere a supporto della voce di Luley.

Anche Give And Take si divide in due sezioni; la prima si rispecchia alla perfezione nei lavori di Oldfield, sopratutto con l’ingresso dell’elettrica. La seconda invece si avvicina molto a certi paesaggi cinematografici in stile Vangelis.

The Fleeting World conferma l’amore eterno di Luley per lo stile chitarristico di Steve Howe, arrivando quasi davvero a sfiorarlo con un brano di rara dolcezza ed intensità.

In We Are One si riaffacciano nuovamente sonorità che vanno a ricordare da vicino Anderson & Vangelis e questa similitudine si fa ancora più evidente nella successiva Atheos Spiritualis, mini suite di dieci minuti che trovo essere l’episodio migliore e più toccante.

Chiusura con Voya, passaggio nel quale il link ad Howe è di nuovo palpabile, questa volta con Luley impegnato anche sulla chitarra elettrica.

Il progetto, o meglio, il tributo riesce alla perfezione nel senso che se l’intento del chitarrista e poli strumentista era quello di aprire una finestra sul passato, mantenendosi fedele al mood di quel periodo, c’è riuscito perfettamente. In questi casi resta però da parte mia qualche perplessità; in linea generale Tales From Sheepfather’s Grove è un album raffinato e gradevolissimo per un vecchio fan del progressive ma davvero molto derivativo, forse troppo.

Max

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