frontNonostante che il mondo musicale sia ormai globalizzato talvolta riesce ancora difficile pensare che da Cuba possa giungere qualcosa al di fuori di rumba e salsa, troppe le “cartoline” in tal senso. Invece, oltre ad un’ ottima scuola di jazz e a percussionisti celebrati, da qualche anno l’isola produce anche del new prog grazie agli Anima Mundi.

Il quintetto ha debuttato nel 2002 e “progressivamente” ha varcato i confini, riuscendo a farsi apprezzare anche in Europa; tre album all’attivo e molte date faticosamente conquistate hanno fatto sì di creare un certo interesse intorno alla band che oggi presenta il quarto capitolo, dal titolo The Lamplighter.

Ripercorrendo il ruolino di marcia posso dire che questo è un gruppo in lenta ma costante ascesa; ascoltandoli si fatica davvero a collocarli nei Caraibi, evidentemente hanno assorbito alla perfezione la “lezione” del progressive europeo, esibendo larghe sezioni sinfoniche alle quali talvolta vengono aggiunti elementi folk.Resta inteso che gli Anima Mundi non sono portatori di alcuna innovazione o tendenza ma va ribadito che sanno fare molto bene ciò che fanno e posso dire che The Lamplighter aggiunge se mai una spruzzata di consapevolezza e sicurezza nelle loro capacità.

L’album è sostanzialmente composto da due suite, denominate The Lamplighter Tales from Endless Star ed un epilogo.

A beneficio di chi non li conoscesse riepilogo brevemente la formazione, precisando che il cantante “storico” Carlos Sosa ha lasciato il gruppo per motivi personali, sostituito da Emmanuel Pirko FarrathRoberto Diaz, chitarra,voce e uomo-simbolo, Virginia Peraza (tastiere e backing vocals), Yaroski Corredera (basso) ed il roccioso batterista  José Manuel Govin formano ormai una squadra ben affiatata e disposta a mettersi in gioco, musicalmente, ben oltre i patrii confini.

Anaisy Gómez al clarinetto appare come membro aggiunto.

Il cambiamento dietro al microfono mi sembra di poter dire sia stato ben metabolizzato e la verve di Farrath pare anzi degna di nota.

Le quattro parti di The Lamplighter, complessivamente, sono quelle che più mi hanno coinvolto. Una chitarra spumeggiante, coadiuvata da tastiere onnipresenti, introduce On Earth Beneath The Stars dove si segnala subito anche il nuovo cantante, piuttosto evocativo. The Call And Farewell Song, secondo segmento, mostra il combo cubano in grado di costruire trame articolate ed elaborate, strutture musicali che in questo caso possono ricordare anche i Gentle Giant con l’eccezione delle tastiere della Peraza che richiamano da vicino i colori di Rick Wakeman.

Un incipit quasi pastorale per Light The Lantern Of Your Heart che riprende ben presto il tema precedente, per poi dare spazio ad una seconda fase crescente, conclusa da un epico solo finale di chitarra amplificato da un corposo tappeto di tastiere.

The Human House completa al meglio questa prima suite, un passaggio aperto e corale in cui ancora una volta si distingue soprattutto la presenza “potente” di chitarra e tastiere, con un arrangiamento ricco e pregnante.

Con i suoi 9 minuti The Dream Child Behind The Mask inaugura ottimamente la seconda suite; brano molto orchestrale in cui è contenuta una magnifica parte solo di Diaz alla chitarra, un vero trionfo del prog di questo filone, decisamente emozionale e credo migliore episodio del disco.

Un bel bozzetto acustico con la chitarra in primo piano, The Return – Part I si trasforma poi in un andamento quasi “canterburyano” che evidenzia le molteplici influenze e riferimenti dei cubani.

Arriva poi la lunga e complessa Endless Star, altro pezzo forte del lavoro in cui forse più che negli altri la ritmica diviene maggiormente fantasiosa e variata. Sono sempre le onnipresenti tastiere a recitare il ruolo di protagonista e bisogna dare atto a Virginia Peraza di sapere esibire anche una notevole personalità musicale.

The Return – Part II chiude il cerchio tracciato dalla prima parte con un immancabile solo della sei corde.

L’epilogo è rappresentato da His Majesty Love e segna a mio avviso un momento di ispirazione calante, sicuramente il meno decisivo del Cd.

The Lamplighter è un album che per forza di cose (vista la provenienza dei musicisti) si nutre e sviluppa sulle ali dei ricordi, quando quelli dei grandi gruppi dei seventies, quando sulla scorta della seconda ondata prog degli anni ’80. La musica è però di qualità, gli arrangiamenti curati ed il timbro del nuovo singer, particolare, non si incastra affatto male con il resto della band; una bella copertina, frutto del lavoro dell’artista bielorusso Ed Unitsky, impreziosisce questo quarto capitolo del gruppo caraibico.

Curioso ed interessante, senza pretese “rivoluzionarie”.

Max

 

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