frontCristiano Roversi Gigi Cavalli Cocchi sono due musicisti infaticabili e validissimi, i cui destini si sono incrociati ormai più volte in svariate collaborazioni o in band stabili.Tra le tante combinazioni e moniker i primi che vengono alla mente sono senza dubbio Moongarden (a quando un altro album ?) e Mangala Vallis, dunque quanto di meglio a mio parere abbia potuto esprimere in Italia il new prog negli ultimi anni.

Nel fitto calendario di impegni e side project trova di nuovo posto quello denominato Submarine Silence, giunto così al secondo episodio dal titolo There’s Something Very Strange In Her Little Room.

Un’ uscita a sorpresa se vogliamo, quando si pensa che l’album di esordio dal titolo eponimo venne pubblicato nell’ormai lontano 2001; c’era molto dei Genesis Tony Banks in quel disco, forse ingiustamente trascurato dalla critica. Di certo risultava estremamente derivativo ma non mancava di ammaliare per la dolcezza ed il gusto.

A distanza di molto tempo dunque il progetto rivive e trovo risulti indirizzato in modo sensibilmente diverso; c’è molta più farina del sacco dei protagonisti, cresciuti e maturati musicalmente negli anni. Le prerogative iniziali, il “sentire”, rimangono quelle di fondo ma sono state profondamente rielaborate e rese attuali dalle innumerevoli esperienze di Roversi & Co.

David Cremoni (Moongarden) chitarre elettrica ed acustica, Matteo Bertolini (basso) e Mirko Ravenoldi (voce e chitarra elettrica) ambedue dei Catafalchi DelCyber e Ricky Tonco (voce) accompagnano in questo vero e proprio viaggio sonoro il duo Cocchi (batteria) – Roversi (piano, tastiere, Chapman Grand Stick, produzione). I testi sono a cura di Antonio De Sarno.

There’s Something Very Strange In Her Little Room è un lavoro che non è possibile scansionare, passare sotto la lente di ingrandimento; si tratta infatti di una lunga suite dedicata ad una giovane ragazza di nome Rebecca che si presenta sotto forma di diciassette frammenti musicali, lievi, dolci ed appassionati, alcuni dei quali di una bellezza disarmante.

Voglio rimarcare anche la scelta (che condivido pienamente) del canto in inglese che, sopratutto in questo genere, a mio parere è difficilmente sostituibile da un’ altra lingua, proprio per la capacità di sintesi dell’idioma britannico.

Prog sinfonico dunque, matrice facilmente individuabile ma con altrettanta facilità (per chi conosce il lavoro dei due musicisti) si “sente” la loro mano; l’album scorre in modo gradevole ed omogeneo, frastagliato in tanti piccoli bozzetti tra loro legati, segnati da linee melodiche dolci e nostalgiche.

Tra questi voglio comunque segnalare About RebeccaChild at Play, Rebecca’s Tears, Back in Her Room, A Strange Awakening, la splendida The Final Wish (solo di chitarra commovente) e la conclusiva Lion of Simmetry, unica traccia lunga (quasi undici minuti) con un finale maestoso, travolgente e romantico, guidato dai suoni di mellotron, Arp e PolyMoog.

Ci sono tanti modi di affrontare e portare avanti questo tipo di prog. Submarine Silence non rinnegano certo i propri riferimenti, le proprie ispirazioni ma hanno il pregio di mettere l’anima in questa musica, cercando di rileggerla in chiave attuale e, perché no, aggiungendo anche un pizzico di “italianità” al loro sound. Così facendo, e solo così facendo, si può mantenere vivo questo tipo di suono.

Bello.

Max

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