Fright Pig Out of the Barnyard 2013

Pubblicato: luglio 20, 2013 in Saranno famosi
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frontOut of the Barnyard, questo il titolo dell’album a nome della band Fright Pig. Una delle tante nuove uscite, una delle tante band emergenti (in questo caso americana)… Probabile, anzi, sicuramente sarà proprio così ma le sette tracce incluse totalmente progressive rock, la qualità del suono, la tecnica dei musicisti e, sopratutto, l’ostentata ilarità con la quale il progetto viene presentato fanno quanto meno pensare.

L’identità dei partecipanti non viene rivelata, tutto rimane celato dietro buffi soprannomi tra cui in primo piano quello del protagonista, Fright Pig appunto.

Le scarse note al riguardo raccontano di un’elaborazione di anni, lunghissima, un iter quasi infinito che ha portato ad un disco di genere suonato in modo a dire poco spettacolare (After seven years and several hundred gallons of hard corn syrup, his drink of choice, he emerged with a snarling..).

Sin dalla copertina e per l’intero splendido art-work a cura di Ed Unitsky si respira l’aria degli anni ’70, ammantata di un’ ironia quasi “zappiana”; ho parlato di progressive e non di new prog volutamente, perché questo è il chiaro intendimento dei musicisti.

Dunque cascate di note provengono sopratutto da minimoog e da un Hammond B3, stacchi e ripartenze, tempi dispari dettati con furore da una sezione ritmica quanto mai effervescente, chitarre in grado di “spaccare” in due un brano. Non mancano neppure passaggi vicini ad un sentire prog metal che oltre ad essere funzionali allo svolgimento, rendono ancora più stimolante l’ascolto.

La storia, in breve, è un’ ironica metafora ambientata in un cortile che vede al centro della scena un maiale: da qui si intrecciano situazioni e personaggi, tesi a narrare i lati oscuri della vita bucolica e apparentemente placida dell’aia.

Vale la pena citare i nickname dei musicisti perché credo che possa contribuire a esemplificare il sentimento con il quale il disco è stato registrato:  Pig Maillion (voce), Hogg Wilde (basso), Thumper (batteria), oltre a Makon BaykonRay ZorbakPig Lee WhigliHamm OnwryInna Pigsie, tutti alla chitarra.

L’avventura si apre con Re Creation e sin dalle prime battute lo schema è chiaro, le atmosfere proposte si rifanno chiaramente a quelle di qualche decennio fa tra imponenti passaggi di tastiere e frequenti cambi di ritmo. La musica dipinge e segue l’andamento del concept e dunque la partenza è robusta ma non ancora a pieni giri.

Incident At Pembroke (strumentale) unisce elementi prog ad altri folk, con sonorità bucoliche e quanto mai adatte al soggetto; sono poi di nuovo accordi di Hammond e moog a creare diversivi e variazioni sul tema principale.

Di qui i tasti bianchi e neri cominciano letteralmente a imperversare con uno stile che, a mio avviso, parla da sé. The Meaning Of Dreams in questo senso lascia sbalorditi ma è solo un prologo a quel che verrà.

Barque At The Lune infatti segna l’apoteosi; episodio diviso tra piano, solo di chitarra ed un ritmo infernale che lo porta a lambire il prog metal. Pur muovendosi su di un incipit neo classico infatti il brano viene marchiato a fuoco dal lavoro della batteria e del basso, cui fa da reale contrappunto quello del piano.

Darkest Of Forms parte forte per poi rallentare, grazie all’ingresso di un flauto e del suono di un clavicembalo. Come un quadro astratto vede intersecarsi tra loro varie trame, contro canti ed una notevole varietà di tempi tra i quali, tra l’altro, un solo di batteria appartenente alla “vecchia scuola”.

Bollente atmosfera flamenco per la successiva Presumido, guidata dagli arpeggi di una chitarra classica; di nuovo la calma è solo apparente perché ben presto la traccia prende ben altra piega, segnando quasi una lotta impari tra i dolci arpeggi ed i duri riff dell’elettrica sostenuti dalla batteria. Si assiste dunque ad una specie di combattimento sonoro, volutamente sbilanciato ma efficace.

The Claustrophobia Of Time completa il lotto, introdotta da inconfondibili grugniti provenienti dall’ aia. Un rinnovato trionfo di tastiere, questa volta spostate sul gusto e sullo stile di Rick Wakeman fa da prologo all’evolversi pirotecnico del tema.

Molto degli Yes ma sopratutto tanto di Emerson, Lake & Palmer, le parti delle tastiere in certi passaggi sono quasi imbarazzanti per la somiglianza. Niente di nuovo dunque ma, evidentemente, era proprio questo l’intento; lungi da me l’idea di volere montare un “caso”, con ogni probabilità ci troviamo soltanto al cospetto di musicisti molto preparati e dotati di un gran senso dell’umorismo…

Max

commenti
  1. yatahaze scrive:

    dalla recensione non si riesce a capire il voto
    Barque At The Lune per me è stupenda, il cd molto bello
    che non assomiglia ai grandi del passato? anche steven wilson a volte sembra copiare altri

    • Max scrive:

      Ciao, per principio non do mai voti né stilo classifiche. L’ album mi è piaciuto, a tal punto che lo scherzoso e voluto anonimato mi fa pensare a qualche noto musicista in vena di scherzare.

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