Little Atlas Automatic Day 2013

Pubblicato: luglio 22, 2013 in Recensioni Uscite 2013
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frontLa gaudente e nottambula Miami, nell’immaginario collettivo, non è proprio la prima città degli Stati Uniti da associare alla musica progressive. Fanno eccezione invece i Little Atlas, quartetto già autore di quattro album che torna alla ribalta dopo sei anni di silenzio presentando la nuova fatica, intitolata Automatic Day pubblicato per 10t Records.

Una carriera cominciata nell’ormai lontano 1998 (Neverwordly) e proceduta in sordina, probabilmente rimasti almeno da noi un pò nell’ombra , schiacciati da gruppi che hanno conquistato ben altra visibilità.

Il penultimo lavoro (Hollow 2007) ne ha sancito poi la sparizione e, personalmente, li credevo dispersi. Invece Steve Katsikas (voce e tastiere) & Co. si sono ripresentati, con l’intento credo di cercare di spiccare il balzo definitivo, cosa che sino qui non è mai loro riuscita.Tornando indietro nel tempo GenesisKing Crimson Rush, passando poi dai Marillion per arrivare infine ad Echolyn Spock’s Beard; queste, per chi non li conoscesse, le principali muse ispiratrici della band americana. In particolare i due gruppi connazionali sono quelli con i quali trovo istintivamente le maggiori analogie, ferma la comune provenienza dai “classici” degli anni ’70.

Anche la line up presenta un’importante novità, il batterista Diego Pocovi non fa più parte dell’ ensemble ed è stato rilevato da Mark Whobrey, piuttosto effervescente al suo esordio. Rimangono ai propri posti Roy Strattman (chitarra) e Rik Bigai (basso).

Passando al setaccio i brani è da notare come il Cd cresca man mano, traccia dopo traccia, per raggiungere il climax tra il sesto ed il settimo frammento; poi purtroppo c’è una sorta di ripiegamento.

New prog piuttosto dinamico ed eclettico dunque come nella migliore tradizione della scuola a stelle e strisce; gran lavoro della ritmica subito in apertura con Oort, uno start lungo nove minuti che presenta all’istante il catalogo musicale del quartetto. Una buona alternanza di situazioni emotive, sottolineate ora dalla voce di Katsikas, ora dalla chitarra e dalle tastiere.

Apathy prosegue il discorso in un atmosfera più decadente, punteggiata dall’ arpeggio della chitarra. Brusco cambio di ritmo, di scenario, basso e batteria cominciano a dettare i tempi con maggior intraprendenza, suoni che divengono torridi per poi, nuovamente, placarsi.

Sospesa tra reminiscenze cremisi e Yes avanza sinuosa Twin of Ares; la costruzione, comunque intricata, probabilmente non sarà troppo innovativa ma è realmente da brividi, mette in luce gran gusto ed ottima qualità tecnica da parte dei quattro musicisti.

Emily True segue linee gravi e pesanti, un brano dal mood decisamente inquieto ed oscuro in cui si evidenzia l’ottimo lavoro del basso di Rik Bigai

Con un’ introduzione acustica giunge morbida At The End Of The Day, traccia dall’ apertura molto dolce che poi lentamente prende quota sino a raggiungere alte vette di pathos, emozionante.

A questo punto il livello qualitativo si innalza ulteriormente: prima con i dieci minuti abbondanti di Illusion Of Control, pezzo di grande impatto innervato, a tratti, da un sentore prog metal ed in altre sezioni invece da uno svolgimento romantico e quasi sinfonico.

Poi, subito a seguire, è la volta di Darvocet Eyes che regala dal lato melodico uno dei migliori passaggi del disco. Ottima la performance vocale di  Katsikas, un arrangiamento curato e raffinato, scintillanti parti di chitarra ed una ritmica misurata ma impeccabile ne fanno assolutamente un “must”.

Qui si dovrebbe pronunciare, a mio parere, la parola fine; invece giungono ancora We All Remember dal ritornello un pò banale, la title track, ben suonata ma che non molto aggiunge ed infine Escape Velocity, unico brano corto del lotto che pare realmente avulso dal contesto.

Automatic Day è un disco molto lungo, poco meno di un’ora e un quarto; un progetto ambizioso dunque che per gran parte della durata si mostra all’altezza delle aspettative, con arrangiamenti sofisticati e pennellate davvero d’autore. Solo nella parte conclusiva il lavoro smarrisce una buona dose di mordente, tanto da fare rimpiangere una sintesi maggiore; un’ ora e staremmo parlando di un disco davvero non indifferente.

Ad ogni modo una valutazione complessivamente positiva, sembra anzi che la lunga pausa abbia beneficiato i Little Atlas di una rinnovata energia.

Max

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