frontE con questo fanno tre ! Impermanent Resonance è infatti il terzo lavoro solista per James LaBrie, front man dei Dream Theater; viene pubblicato per InsideOut Music.

Tornando a ritroso (2010) Static Impulse non si era rivelato un disco propriamente entusiasmante; un buon “prodotto”, alleggerito e reso senza dubbio più commerciale ma, tranne qualche passaggio, si era rivelato a conti fatti piuttosto debole. Piacevole a tratti ma piatto nella sua globalità.

In attesa della nuova uscita della band originaria il singer canadese si è concesso un altro capitolo che vede in buona sostanza confermata la formazione precedente; il nume tutelare Jens Bogren in cabina di regia ha curato la realizzazione.

Nel solco ormai tracciato il buon James prosegue nella sua proposta in forma-canzone, dunque ben distante dai lavori con Petrucci e compagni.

Dodici tracce compongono Impermanent Resonance, almeno nell’ edizione standard; quella “limited” ne contiene due in più. Prog metal dunque ma a piccole dosi, in realtà ci troviamo nuovamente di fronte ad un metal piuttosto melodico e, in certi frangenti, quasi prevedibile. E’ chiaro a questo punto che si tratti di una scelta precisa, di un indirizzo cercato e fortemente voluto dal cantante, probabilmente volto proprio a differenziare nettamente la sua produzione da quella dei DT.

Diviene dunque necessario uno sforzo per allontanare dalla mente le sonorità più consuete, per potere misurare l’opera di LaBrie su di un altro piano; non è semplice, lo confesso candidamente, per un appassionato della band operare questa separazione perché è davvero netta ma si rende fondamentale.

Detto questo resta inteso che James canta da par suo, sempre ispirato e coinvolgente; la band che lo supporta gira a meraviglia con il “nostro” Marco Sfogli a più riprese padrone della scena con la sua chitarra. Il contrasto vocale tra il canto pulito di LaBrie e lo screaming del batterista svedese Peter Wildoer (Darkane) riesce a creare una buona presa. Ray Riendeau (basso) svolge una mole di lavoro incredibile e forma con lo stesso Wildoer una coppia ottimamente assortita.

Le tastiere di Matt Guillory, quando chiamate in causa, rispondono ottimamente fornendo dei preziosi tappeti a supporto; in ultimo la sei corde aggiunta di Peter Wichers, ex chitarrista storico dei Soilwork, qui co-autore di diversi pezzi…

Agony, presentata come singolo, apre le danze e di tratta forse del brano più duro e massivo, dove regna il contrasto tra le voci di JLB e Wildoer. Esempio di come volendo spingere sull’acceleratore, anche al di fuori del contesto naturale, il cinquantenne cantante dell’Ontario sia in grado di produrre cose interessanti.

Il tiro e la tensione si mantengono alte ma le melodie cominciano a prevalere con Undertow; il copione più o meno si ripete per la successiva Slight Of Hand. Un inizio positivo dunque anche se non sfolgorante.

Con Back On The Ground I Got You invece il mood scivola precipitosamente verso un melodic metal davvero leggero e inconsistente.

Si riprende la barra a dritta, almeno in buona parte, con tracce quali Holding OnLost In The FireLetting Go (in cui si torna  a “picchiare” duro) e Destined to Burn, quest’ultima però ancora troppo auto-indulgente dal lato melodico.

Giunge finalmente anche una ballad, l’unica compresa, nella veste di Say You’re Still Mine; condotta dal piano prima e poi dall’ingresso morbido e graduale della band registra un LaBrie ispirato come lui e pochi altri sanno essere in queste occasioni.

Ci sarebbe così l’occasione per chiudere in bellezza ma Amnesia prima e I Will Not Break poi mancano l’obiettivo, scivolando via piuttosto anonime.

Il “peso” dei brani dunque resta variabile ed in alcuni momenti davvero relativo; curate e lussuose confezioni all’interno delle quali purtroppo si cela qualche delusione. Trovo ammirevole e logico volere distinguere le due proposte ma, come nell’uscita precedente, il divario alla fine si rivela troppo ampio, una più equa mediazione tra i due imprinting sarebbe stata auspicabile.

Ottima comunque la prova vocale di LaBrie, all’altezza il gruppo e la produzione ma… la sostanza non è poi così tanta.

In ogni caso, a onor del vero, in progresso rispetto alla scorsa prestazione perché va dato atto a Impermanent Resonance di essere un disco che migliora con gli ascolti, al primo assaggio probabilmente può lasciare quanto meno perplessi.

Max

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commenti
  1. Alessandro ha detto:

    L’ho ascoltato parecchie volte in questi giorni e va detto che, tra gli ultimi tre, questo è senz’altro il migliore, forse per una maggiore coesione della band e per un songwriting più ‘focalizzato’ verso la forma canzone, con una particolare attenzione per la melodia, come ammesso da James e Matt in sede d’intervista. Ma questo non è un male, anzi. Premesso che personalmente preferisco i primi due episodi solisti a nome Mullmuzzler, orientati verso un prog più classico, la virata verso sonorità più pesanti (qui in Agony per esempio si sfiora il death metal) non mi ha mai convinto del tutto, anche se credo sia giusto, da parte di James, cercare di fare qualcosina di diverso dalla band madre, nonostante la sua impostazione vocale sia sempre molto simile. E mi fa sorridere pensare al fatto che nei DT fosse proprio Mike additato come il ‘colpevole’ per aver indirizzato il sound verso sonorità così heavy (vedi Train of thought, Systematic Chaos), quando poi anche James non le disdegna evidentemente, mentre Mike stesso, nei progetti extra-DT (Adrenaline Mob a parte) va in direzione opposta… Tornando al disco in questione, senza scendere in un track-by-track, ribadisco la mia opinione positiva per un lavoro interessante, ben prodotto, suonato egregiamente (Wildoer è un mostro assoluto, avrei voluto vedere lui nei DT per dare una scossa ad un gruppo che reputo, ahimè, sul viale del tramonto da almeno una decina d’anni) e il cui ascolto trascorre piacevolmente. Il punto è però questo: il disco scorre, ma alla fine non mi pare resti granchè destinato a ‘rimanere’… In attesa del nuovo lavoro del teatro del sogno, quello sarà credo lo spartiacque decisivo (prima dell’ovvio ritorno di Portnoy…).
    Grazie per l’ospitalità.

    Alessandro

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