frontStoria particolare quella dei KingBathmat; nati come un progetto singolo del poli strumentista londinese John Bassett (aka KingBathmat), datano il loro esordio ben dieci anni fa con Son of a Nun. Da allora si sono succedute ben sei uscite sino ad arrivare a Overcoming The Monster , fresco di stampa e pubblicato per StereoHead Records.

Cresciuto nel sottobosco della musica e delle etichette indipendenti inglesi, il lavoro di Bassett ha trovato una sua prima parziale consacrazione con il penultimo disco, Truth Button, uscito nel 2012 che ha finalmente catapultato all’attenzione i KingBathmat, nel frattempo divenuti in tre.

La musica composta in trio ha subito modifiche ed in un certo senso un’ accelerazione; smussati alcuni spigoli precedenti, è diventata più accessibile pur se non immediata o di facile metabolizzazione. Space rock, oppure psychedelic rock, volendo cercare una classificazione mi sembrano le due terminologie che più da vicino possono descriverne le sensazioni e l’impostazione.

Non pago della rivoluzione apportata, Bassett ha mutato nuovamente l’assetto della band. Overcoming The Monster vede infatti oltre al confermato Bernie Smirnoff alla batteria, le new entries di Rob Watts (basso) e David Georgiou alle tastiere. Microfono e chitarre sono rimaste appannaggio dello stesso Bassett che rimane comunque, a tutti gli effetti, il regista di tutta l’operazione.

Dunque se con Truth Button c’era stato un primo tentativo di consolidamento rispetto ad un indirizzo forse sin troppo “free”, il nuovo disco registra un ulteriore passo avanti in questa direzione, portando a casa (a mio parere) una valutazione migliore.

A beneficio di chi non li conoscesse ribadisco che non è musica troppo diretta, richiede sicuramente attenzione e una mente musicale aperta perché, se vogliamo giocare con le definizioni, più crossover di così è davvero difficile !

Religione, l’ignoto, la politica, l’eccesso di tecnologia, i media…concetti da cui derivano mostri che affollano la mente, i sentimenti. le emozioni, suscitando in ognuno di noi ansie e paure. Questo in poche parole il messaggio guida contenuto tra i solchi del settimo album del gruppo inglese che segna, oltre all’allargamento della formazione, una decisa dilatazione dei brani.

Dunque non più pezzi brevi, 4 o 5 minuti ma tracce che si allungano intensamente, ad arrivare sino oltre gli undici minuti. Non è questo un dettaglio da poco perché indica la volontà dei KingBathmat di andare a confrontarsi con dimensioni sin qui ignote.

L’esito scaturito è piuttosto confortante nel senso che il quartetto dimostra di avere le potenzialità giuste per potersi misurare con composizioni più ambiziose e strutturate.

Sentinel è il pezzo di apertura, poco meno di nove minuti nei quali le tipiche sonorità contenute in Truth Button acquistano uno spessore maggiore, più consistente. Una melodia malinconica cantata  da Bassett si sviluppa lentamente per poi evolvere con un andamento più aggressivo, ora quasi orchestrale, ora psichedelico.

Parasomnia prosegue quest’opera di ampliamento ed approfondimento, unendo scale di tastiere totalmente prog ad un mood sospeso tra la psichedelia e qualche accenno beat. Uno stacco molto vivace, seguito da un riff cupo della chitarra, sposta il tiro nuovamente, contribuendo a rendere il brano piacevolmente “inafferrabile”. Unica nota discutibile il timbro vocale del leader, non proprio indimenticabile.

La title track continua sul sentiero tracciato, come se un brano potesse essere in qualche modo la continuazione dell’altro. E’ da notare a mio avviso come le linee melodiche, sempre piuttosto frammentate, siano rese però più nette e percepibili.

Superfluos, grintosa e possente, mette di nuovo in luce la tendenza più squisitamente space della band.I suoni sono vibranti, talvolta quasi contrastanti tra loro ma emerge la capacità di unire bene temi anche lontani tra loro. Ottimo pezzo.

Un passaggio sui modelli del passato può essere forse Reality Mining, anche per via della durata contenuta; la differenza sta forse nel fatto che va maggiormente a recuperare atmosfere progressive del passato, ricreando suoni non troppi lontani dai Gentle Giant.

Gran finale riservato ad una vera mini suite, Kubrick Moon, che rappresenta probabilmente il paradigma di ciò che KingBathmat vogliono esprimere in questa loro nuova uscita. Passaggi roboanti, epici, connotati però sempre da un “velo” melodico e da un sostenuto uso di suoni di tastiere vintage.

Se il capitolo precedente aveva segnalato cenni interessanti questo a mio vedere lo oltrepassa nettamente. Overcoming The Monster si rivela un disco molto più maturo e direi consapevole, una sfida portata a termine con una vittoria. Un Cd stimolante e diverso, sicuramente fuori da molti schemi attuali. I KingBathmat si propongono in modo alternativo e, aggiungerei, intrigante.

Max

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