FrontNel 2011 dopo l’uscita di COMM, Andy Tillison dichiarò conclusa l’esperienza dei Tangent e ne decretò lo scioglimento (salvo poi, per fortuna, rivedere la decisione e tornare di recente sulla scena con lo splendido Le Sacre du Travail).

Della line-up di Comm faceva parte pure il giovane chitarrista e cantante inglese Luke Machin, già alla testa di una formazione denominata Concrete Lake; gioco forza Machin si è rimesso alla testa di quel progetto, rinnovandolo e cercando di dargli una veste definitiva e stabile. Sono nati così i Maschine al debutto discografico con Rubidium, interessante ed eclettico album pubblicato per Inside Out dopo una lenta e laboriosa preparazione.

A fare compagnia al mastermind Machin, tra gli altri, un amico e musicista che ha vissuto un percorso simile e parallelo; il bassista Dan Mash infatti faceva parte dei Concrete Lake e ha militato per breve tempo nella super band di Tillison.Il quintetto è completato dalla chitarra ritmica di Elliott Fuller, dalle tastiere di Georgia Lewis e dal drumming di James Stewart; una formazione fresca e brillante, in grado come vedremo di supportare al meglio le idee e le intuizioni musicali del chitarrista mancino di Brighton. E mai come in questo caso va sottolineato come nonostante l’età media sia piuttosto bassa, inventiva ed esperienza non manchino.

Rubidium è uno di quei dischi che può “accalappiare” d’acchito, sin dal primo ascolto; piuttosto crossover, attraversa molte sfaccettature del progressive ma sempre seguendo una linea, un filo logico e sequenziale invisibile che serve da orientamento come una bussola. Indubbiamente (e non è certo un male) una certa influenza del lavoro con Andy Tillison è percepibile, si può cogliere qua e la ma ciò che sorprende è la sagacia con la quale, musicalmente, sia stato assemblato l’intero progetto.

Ci sono molte idee le quali a mio avviso vengono sviluppate a dovere, senza rimanere allo stato embrionale oppure vagamente accennate; il sound proposto dai Maschine ha il pregio di essere affascinante ed al tempo stesso composito, interessante da scoprire perché interprete di una gioco di trasparenze,  di un” vedo e non vedo” che difficilmente può lasciare indifferenti.

Sette brani di una durata medio-lunga che conservano tutti un buon impatto e si dispiegano attraverso umori e sensazioni differenti,

Migliore biglietto da visita di The Fallen non poteva esserci: dieci minuti intensi nei quali Machin da subito sfoggio della sua tecnica sulla chitarra e di un song writing a dir poco robusto. Molto belli i cori effettuati da Georgia Lewis, in un frenetico rincorrersi di temi e atmosfere. Una melodia sognante, quasi pop, si sposa e viene letteralmente attraversata da una moltitudine di basi ritmiche. In una giostra emotiva che spazia dal new prog a riff prog metal, da linee melodiche dolci ad atmosfere cupe e poi quasi fusion il lungo brano scivola via in modo piacevole ed appassionante, evidenziando anche il buon tocco al piano della Lewis.

La title track si snoda su coordinate ipnotiche e quasi psichedeliche, ricordando nell’ introduzione i primi Pink Floyd. Sonorità più aggressive e moderne emergono prepotentemente ad indirizzare diversamente la traccia per poi cominciare una sorta di altalena tra i due mood. Al di la delle scale eseguite a velocità vorticosa la musica dei Maschine ha il grande pregio di “arrivare”, come si dice in gergo. Gli stessi solo del chitarrista non risultano mai fini a sé stessi ma bene armonizzati nel contesto dei pezzi.

Intro latin per Cubixstro pur se suonata a 10000 giri. Pezzo molto ritmato ed in qualche modo anomalo, dove il basso disegna possenti linee funky. L’ andamento paradossalmente ricorda qualche eco lontana di Carlos Santana e mette di nuovo in luce le qualità di seconda voce della tastierista.

Un dolce arpeggio dell’ acustica apre Invincible che riporta a sensazioni malinconiche, illanguidite dal timbro vocale di Machin qui molto suggestivo. Un secondo “movimento” decisamente più mosso evidenzia il buon impasto vocale ed il gradevole intervento di un flauto in sottofondo. Il terzo e ultimo segmento si apre decisamente sinfonico, grazie al suono dell’elettrica per poi, ripetutamente, esplodere ed inabissarsi, con il basso di Dan Mash protagonista.

Pregevoli sensazioni giungono dal grosso riff di Venga che, ancora una volta, sposta più volte il tiro durante lo svolgimento, ora verso parti più melodiche e sognanti, ora verso altre più potenti e tirate.

La suite Eyes, divisa in due parti, chiude l’album; la prima ha un inizio al fulmicotone, ritmica estremamente dinamica, belle e strutturate parti di tastiere e delle chitarre. Nella seconda l’impatto cresce maggiormente, con un solo di chitarra fulminante come introduzione. Gli orizzonti poi si dilatano, la musica si fa “larga” giocando sulle vocalità e le atmosfere per lasciare infine spazio a innumerevoli cambi di tempo.

Azzarderei dunque un esordio col botto, nel senso che si sente il peso dell’esperienza accumulata da Machin e Mash, ottimamente supportati dal resto della band. Suoni freschi, ispirazioni differenti ben amalgamate tra loro, voglia di fare bene e tanto entusiasmo; queste le sensazioni che rimanda l’ascolto di Rubidium.

Max

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