frontImprevedibili, proteiformi, capaci di mutare e reinventarsi a più riprese; se esiste una band che ha costruito la propria esistenza e discografia con tali caratteristiche questi sono certamente gli Ulver.

Rischiando di schiantarsi (discograficamente) a più riprese, sfidando mode e tendenze, il gruppo norvegese ha attraversato veri e propri oceani musicali, molto distanti tra loro; dal black metal degli esordi, al successivo folk metal e poi ad immersioni totali nella musica ambient, post- experimental, per certi versi progressive e poi ancora trip hop e forse jazz. Non è finita, bisogna ricordare alcune colonne sonore ed un anno fa, estemporaneo, addirittura un album di cover (Childhood’s End).

Fasi e passaggi ben noti agli appassionati ma che sono di nuovo utili per cercare di inquadrare al meglio il decimo e nuovo lavoro, Messe I.X-VI.X, pubblicato per Jester Records. Album particolarissimo, come genesi e all’ascolto; commissionato per la Tromsø Kulturhus, è stato realizzato dagli Ulver in collaborazione con la Tromsø Chamber Orchestra e la Arctic Opera and Philharmonic Orchestra.Un disco registrato in buona parte dal vivo anche se non è un live a tutti gli effetti. Un viaggio metafisico di circa tre quarti d’ora in cui malinconia, tristezza, rassegnazione, paura si susseguono continuamente. I consueti gelidi ed oscuri paesaggi del grande Nord vengono celebrati ed amplificati con il potente e magniloquente ausilio dell’orchestra e ciò che ne esce è un disco per certi versi strabiliante, intenso come pochi altri ma anche fortemente indirizzato, in modo inesorabile e preciso.

Ecco che si possono trovare analogie nel passato electronic con alcuni momenti in stile Tangerine Dream Ash Ra Temple, mentre da un punto di osservazione classico possono tornare alla mente Mahler Holst.

Partenza di grande effetto che trasporta molto lontano dalla Scandinavia e cioè in Medio Oriente. Un occhio alla disperata situazione odierna della Siria viene “gettato” con l’introduttiva As Syrians Pour in, Lebanon Grapples with Ghosts of a Bloody Past, Poco meno di dodici minuti di una malinconia e tristezza disarmanti. I suoni programmati, le tastiere inquietanti, l’eco delle note di alcuni violini d’oriente, il minaccioso rombare dei caccia in lontananza concorrono ad illustrare paesaggi spettrali e di distruzione. Un quadro sonoro apocalittico, fatto di miseria e rovine.

Shri Schneider è il passaggio che forse più da vicino rimanda al Kraut Rock e ai “corrieri cosmici”, sequencer, suoni programmati ipnotici dominano incontrastati creando una barriera musicale quasi impenetrabile.

Proseguendo sulla scia di brani interamente strumentali giunge Glamour Box (ostinati), il cui sottotitolo suggerisce la materia primaria di cui il pezzo è composto. Nuovamente sequenze apparentemente infinite si ripetono a contrappunto di una linea melodica eterea, quasi evanescente ma in continuo crescendo.

Son of Man si presenta con un’apertura “cameristica” ma è un canto quasi distorto, carico di effetti, talvolta basso e profondo a marchiare a fuoco il brano. La forza e la suggestione di un coro conferisce maggiore epicità ad un brano che potrei definire “religioso”; notevole l’apporto dei violini. Nella parte conclusiva l’opera dell’orchestra diviene prevalente.

L’episodio più oscuro e tenebroso resta sicuramente Noche Oscura del Alma, in cui grazie al vibrare delle corde degli archi e a sonorità elettroniche quasi noise cresce e si sviluppa, maligno, un senso di minaccia e paura. La voce cupa e distorta di Garm recita in sottofondo, in un finale quasi demoniaco.

In ultimo una vera e propria preghiera, (o una maledizione, a secondo dei punti di vista); Mother Of Mercy chiude ottimamente un album particolarissimo, forte di una tetra ambientazione musicale ma,sopratutto, di un testo potente, diretto e spigoloso. Un’ Ave Maria accorata e sferzante come recitano alcuni versi in particolare;

…oh mother
pure and simple
virgin and whore
the women of jerusalem
along the way of sorrows
speaking of ghosts
in the holy city.

Kristoffer Rygg “Garm” (voce, tastiere e produzione) si conferma vera anima dei “lupi” e mette in scena un’ opera che va decisamente contro tutto ciò che può rappresentare il mainstream, le classifiche di vendita e la facile e spensierata fruizione. Messe I.X-VI.X è un disco che per forza di cose è destinato a non passare inosservato e a lasciare poco spazio alle mezze misure; o se ne viene subito conquistati, rapiti, oppure il rifiuto scatta quasi automatico perché, pur non trattandosi di un Cd musicalmente inaccessibile, è (ripeto) fortemente e rigidamente incanalato in un solco ben definito, non se ne esce.

Max

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