frontQuando un genere diventa quasi ipertrofico, talmente ricolmo di uscite e proposte (vecchie e nuove) da fare fatica a tenersi costantemente aggiornati, le possibilità di imbattersi in qualcosa di diverso, di alternativo, fatalmente scendono in maniera vistosa. L’osservazione non tocca da vicino i Moon Safari, pregevole band svedese che ha da sempre focalizzato la propria produzione sulle belle vocalità dei musicisti in grado di offrire polifonie degne di grandissimi nomi del passato, dai Beach Boys agli Eagles, passando per C.S.N.&Y e, perchè no, Manhattan Transfer.

Volendo invece puntare con precisione questo aggancio con il mondo progressive i primi nomi che mi vengono in mente sono quelli di Yes Gentle Giant.

Himlabacken Vol. 1 è il quarto e nuovo lavoro del sestetto che ha anche prodotto, vale la pena ricordarlo, un buon live ed un ottimo EP. Il loro è da sempre un new prog estremamente melodico, a tratti arioso e sinfonico ma sopratutto incentrato sui delicati e gustosi impasti vocali dei sei elementi. Sottolineo di nuovo questo aspetto perchè oltre ad essere piuttosto particolare è anche ciò che, unito a valide tessiture musicali, più li contraddistingue.Lover’s End (2010) era stato l’ultimo (ottimo) lavoro in studio ma nel 2012 i Moon Safari sono tornati a fare parlare di sé con un live e, sopratutto, con Lover’s End Pt. III: Skellefteå Serenade , un validissimo EP costituito solamente dalla suite omonima. Il livello qualitativo delle loro composizioni si è mantenuto sino ad ora su livelli medio-alti e dunque la curiosità per questa release, nel mio caso, era notevole.

Le voci soliste di Simon Åkesson (tastiere) e Petter Sandström (chitarra acustica) dettano le linee guida, supportati a turno o d’insieme da  Pontus Åkesson (chitarre), Johan Westerlund (basso), Tobias Lundgren (batteria) e  Sebastian Åkesson (tastiere e chitarre). Musicalmente il nuovo lavoro poco si discosta dai precedenti, confermando l’impianto sonoro conosciuto; non pochi dunque i riferimenti al progressive inglese degli anni ’80 ed ampie parti cantate.

Otto i brani in scaletta, la metà dei quali si propongono da subito come dei veri e propri “pezzi forti”, di impatto immediato e che credo troveranno in breve posto tra il meglio del repertorio del gruppo svedese. I restanti si dividono tra brevi ed intimi passaggi descrittivi, qualche concessione al pop e un momento forse un pò auto referenziale.

Pescando a piene mani tra gli episodi più felici segnalo subito Too Young To Say Goodbye dove svetta la chitarra “Roine Stolt oriented” di Pontus che regala sorrisi e brividi a profusione. Qui le analogie con gli Yes si fanno a mio avviso abbastanza evidenti, la ritmica è molto dinamica e gli intrecci vocali altissimi. Magnifico !

Barfly segna un altro picco di qualità; un “giro” oscuro e cadenzato si scontra con una melodia lieve, vicina ad un pop di stampo “beatlesiano”. L’effetto che ne scaturisce è affascinante, grazie anche al grande lavoro delle tastiere prima e della chitarra poi (piuttosto vicina al timbro di quella di George Harrison).

Red White Blues è una ballad romantica che fotografa perfettamente il lato più soave e sognante dei Moon Safari. Ancora una volta il dispiego delle voci è di altissimo livello, con epici crescendo e dolci planate.

La conclusiva Sugar Band è la traccia più lunga con i suoi dieci minuti scarsi; teatrale, onirica e sinfonica, mette in luce definitivamente i pregi e lo stile, oramai inconfondibile, del combo svedese. Oltre ai consueti vocalizzi è da evidenziare il lavoro preponderante delle tastiere, qui vere mattatrici.

Altro passaggio di lunga durata è rappresentato da Mega Moon; la melodia, immediata, ondeggia su di una struttura quasi “operistica” che rimanda in qualche modo ad alcuni episodi dei primi Queen. Il quadro muta poi radicalmente, con un incedere molto più spigoloso e frammentato che richiama invece antiche reminiscenze in stile Gentle Giant. La seconda parte invece si riallaccia più da vicino al prog inglese ed ai connazionali Flower Kings.

Due brevi quadretti, l’iniziale Kids My Little Man. Mentre il primo recita la funzione di una gradevole ouverture, essenzialmente canora, il secondo si rivela come una ballata tra voce e chitarra acustica, piacevole ma a mio parere avulsa dal contesto.

In ultimo ho lasciato Diamonds, il brano che a mio avviso pare meno convincenteUn tributo vero e proprio al progressive di un tempo, quasi un esercizio di stile e maniera, ben eseguito ma privo di anima.

Per usare il termine capolavoro occorre che ogni tassello, anche il più piccolo, occupi esattamente la propria posizione, che ogni ingranaggio giri fluido e continuo, senza alcun intoppo, per dialogare continuamente e correttamente con gli altri. Himlabacken Vol. 1 è un disco che non riesce ad arrivare a questo livello, qua e la presenta qualche sbavatura e un pò di ridondanza ma, tutto ciò premesso, i Moon Safari ci regalano ancora un ottimo lavoro. Sono riusciti a determinare uno stile e questo al giorno d’oggi non è merito da poco; il rischio adesso, per paradosso, sta proprio nel fossilizzarsi, nell’eccesso di compiacimento.

Max

commenti
  1. Paolo Carnelli scrive:

    Anche molto Queen a mio avviso…

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...