frontFlamborough Head è il nome di un promontorio sulla costa orientale dell’ Inghilterra; da esso hanno tratto ispirazione questi “ragazzi” olandesi, non proprio più di primo pelo e già con una buona discografia alle spalle.

Lost in Time infatti è il titolo del loro settimo album, edito per Oskar Productions (label polacca) e si tratta di un ritorno a quattro anni di distanza da Looking for John Maddock. 

Nonostante una buona cifra tecnica ed un apprezzabile gusto compositivo il quintetto è stato abbastanza sottovalutato sin qui, almeno da noi ed è un vero peccato; pur se assolutamente non innovativi (vengono ispirati dal progressive inglese sinfonico così come pure dai Renaissance o dai Mostly Autumn), riescono a mettere in campo brani lunghi ed intensi, giocati tra atmosfere sospese e sognanti, emozionanti solo “liquidi” di chitarra e la voce dotata di buona “presenza” di Margriet Boomsma.

L’ingresso della cantante e flautista nel combo olandese,avvenuto nel 2001, ne ha mutato e indirizzato il percorso musicale, delineandolo maggiormente.Flamborough Head rappresentano in ambito new prog l’ennesimo caso di band estremamente derivativa che però ha dalla propria molto gusto, buona tecnica, una sapiente ricerca e miscela dei suoni. Tutti ingredienti che riescono a rendere molto piacevole la loro produzione, inducendo a chiudere un occhio sulla non eccessiva originalità. Il sound scorre fluido e immediato, subito accattivante grazie alle consuete “aperture” del genere; momenti di pathos, di estrema e vibrante tensione emotiva si susseguono per la gioia degli appassionati del filone britannico (Marillion, IQ, Pallas).

La voce e gli inserti di flauto della Boomsma si accompagnano alle grandi progressioni chitarristiche di Gert Polkerman (giunto a rilevare Eddie Mulder), le romantiche tastiere di Edo Spanninga, le movimentate linee di basso di Marcel Derix ed il drumming massivo di Koen Roozen, vagamente indirizzato verso lo stile di Neil Peart.

Lost in Time è un album compatto, composto da solo sei tracce piuttosto lunghe, basti pensare che la più breve ha una durata di quasi sette minuti. Sarà un caso ma a mio parere è forse la meno riuscita del disco, confermando che il gruppo offre il meglio di sè sulla lunga distanza.

La “curva” del disco ricorda quella di una parabola quasi perfetta: una buona partenza, un salire progressivo sino alla metà, vero e proprio apice: dopo di che una lenta discesa, mantenendosi su buoni livelli sino al finale.

Gli oltre dodici minuti della title track aprono le danze, facendo rilevare subito un buon andamento; la chitarra in primo piano e poi le tastiere raccontano di un incedere classico, legato a doppio filo al progressive del tempo che fu. Il flauto ed un arpeggio di piano comunicano sensazioni di pace prima dell’ingresso vocale di Margriet Boomsma. La lunga introduzione strumentale lascia così il posto ad una seconda sezione più corale che va a confluire poi in un finale maestoso, sfavillante nelle parti di chitarra e tastiere.

The Trapper mette nuovamente in gran luce il lavoro del chitarrista, in un brano della durata analoga al precedente. Gli stacchi, i cambiamenti di scenario sono spessi affidati al flauto della Boomsma. Il soave registro canoro che rimanda in parte a quello di Annie Haslam si muove lievemente tra innumerevoli fughe e scale delle tastiere. Pur se con un’evoluzione diversa la traccia potrebbe essere considerata come la seconda sezione della precedente, quasi a formare una unica e lunga suite.

La parabola continua a salire come detto e raggiunge il suo punto più alto con Dancing Ledge; un crescendo in stile Yes culmina in una splendida apertura dettata dalla chitarra, vera delizia per gli appassionati del progressive di vecchio stampo. Si accendono i riflettori su questi interventi della sei corde, emozionanti e coinvolgenti.

Damage Done regala ancora piacevoli sensazioni. Altro pezzo dalla durata importante, undici minuti circa, Ad una parte strumentale ne segue una cantata, forse più intima, incentrata su voce ed un arpeggio di chitarra, doppiata poi dal progressivo ingresso di tutta la band. Uno dei solo più intensi di Polkerman spacca in due il brano, prima di un finale pirotecnico.

A mutare parzialmente l’atmosfera creata giunge I’ll Take The Blame che si muove su coordinate che possono ricordare Supertramp  e un prog meno composito. Brano dalla linea melodica più semplice e diretta che mette in evidenza il bel timbro di Margriet ed un ottimo arrangiamento.

Andrassy Road conclude da par suo la lunga galoppata. Un amaro ricordo, una dedica ai caduti della rivoluzione di Ungheria del 1956, stroncata dalla repressione sovietica. Il piano (e le tastiere) di Edo Spanninga, il flauto e la chitarra acustica recitano una parte importante in questo brano molto evocativo, dal testo carico di tensione.

Lost in Time è probabilmente il disco più maturo e riuscito dei Flamborough Head. Non presenta in assoluto vistosi sviluppi rispetto al passato.ma a mio parere segna un completamento, un quadro d’insieme di maggiore qualità. Consigliato per chi è ancora alla ricerca di sonorità di un tempo, corredate di una gradevole voce femminile.

Max

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