frontUna montagna…aspra, verticale, quasi inaccessibile. Una sfida dunque, prima di tutto con sé stessi, giocata davvero sul filo del rasoio, puntando tutto su di un unico giro di roulette. Questo in sintesi, parafrasando ovviamente, il senso del nuovo e terzo album degli Haken, intitolato The Mountain.

Reduce da onori ed attestati di stima piovuti da ogni dove, la band inglese catapultatasi con merito all’attenzione con i primi due dischi ha deciso di non restare a cullarsi sugli allori ma di inseguire invece traguardi ancor più ambiziosi, producendo un lavoro complesso e che credo non mancherà di fare discutere.

Il tipico prog metal del gruppo, sopratutto quello espresso con Visions (2011), si è parzialmente stemperato verso tinte più progressive, componendo di fatto una miscela che, se da un lato guarda giustamente ai lavori precedenti, da un altro sposta l’attenzione su sonorità e armonie vocali che vanno a ricercare sensazioni create a suo tempo da gruppi come i Gentle Giant.

Come si vede non è un salto da poco, il mutamento di rotta si percepisce sensibilmente e qui, come sempre, entra in ballo il “sentiment” ed il gusto di ognuno; sulle qualità tecniche (già assodate) del combo londinese credo ci sia poco da aggiungere.

Il mixing a cura del celebrato Jens Bogren si è dunque in parte diluito e stemperato con la ricerca da parte del sestetto di sonorità forse più profonde e, in una certa misura, intime, Si trova maggiore rarefazione nelle atmosfere, le linee melodiche paiono più nette e decise e così si viene a completare la fusione tra il prog meglio definibile e le origini dichiaratamente prog metal.

E’ possibile poi che il passaggio di etichetta (The Mountain viene pubblicato per Inside Out) abbia avuto parte ed influenza su questo tipo di virata; certo è che questo lavoro da l’impressione di essere una sorta di spartiacque, quasi un momento di rottura che può preludere ad un cammino sin qui imprevisto.

Nove i brani contenuti ed una durata complessiva accorciata di una decina di minuti rispetto al passato, comunque per un’ora di musica.

L’impressione che qualcosa sia mutato giunge sin dalle prime note di The Path, breve introduzione pianistica che funge da accompagnamento al canto intenso di Ross Jennings. A questo proposito se in parte può rimanere qualche perplessità sul registro del singer (spesso tendente al falsetto), devo anche aggiungere che a mio parere ha compiuto dei miglioramenti.

E’ sempre il piano di Diego Tejeida ad aprire per Atlas Stone, uno dei passaggi fondamentali del disco. Grande incipit della band, potente e dinamico; un possente uso di orchestrazioni ne fa uno dei momenti cardine. SI ritrovano in toto gli elementi tipici che hanno fatto apprezzare gli Haken ma al contempo si cominciano a distinguere incursioni più decise nel progressive. Un bel break della chitarra di Charlie Griffiths, innumerevoli cambi di tempo sottolineati dal gran lavoro del basso del biondo Thomas MacLean, regalano sensazioni entusiasmanti.

Cockroach King inaugura invece la “deriva” Gentle Giant; la sintesi tra il sound più tipico della band ed i continui richiami ai seventies si fanno sempre più frequenti, addirittura non mancano brevi excursus di matrice fusion. Brano imponente, camaleontico, in grado di mutare pelle e mood con una facilità disarmante che consegna di fatto gli Haken tra i compositori più imprevedibili della scena attuale. Un vero circo itinerante, un tourbillon musicale che lascia esausti ma soddisfatti.

Ancora il piano sugli scudi per In Memoriam. Il sound di colpo però si inspessisce, diventa forte e ruvido, il regime di rotazione aumenta per ritrovare la vena prog metal più conosciuta della band. Nella parte conclusiva ritornano brevemente i richiami vocali al gruppo dei fratelli Shulman, si tratta solo di brevi passaggi ma che stanno a testimoniare una scelta precisa.

Because It’s There fa pure dei vocalizzi, totalizzanti, il centro della scena. Ottimo il lavoro del duo ritmico in cui questa volta spicca il drumming di Raymond Hearne. Canto e controcanto si scambiano il proscenio, adagiati su di una struttura ritmica molto raffinata.

A questo punto è il turno di uno dei due “macigni” contenuti in The Mountain e cioè Falling Back To Earth. Come in una spirale senza fine il suono si avvita sempre più su sé stesso salvo poi, improvvisamente, decollare per una tangente immaginaria con colpi durissimi. In questa occasione il primo rimando che viene istintivo non può essere che ai King Crimson, proprio per la costruzione intricata e frammentata del lungo brano (poco meno di dodici minuti).

As Death Embraces arriva come una pausa rigenerante dopo una tale tempesta sonora. La voce di Jennings di nuovo accompagnata dal piano crea un’atmosfera molto evocativa, eterea, quasi inesorabile nella sua intensità per una traccia, di per sé semplicissima.

Il secondo valico da superare è rappresentato da Pareidolia; vale per certi versi il discorso fatto poco prima per Falling Back To Earth, con la differenza che in questa occasione il tessuto musicale è più tipicamente Haken e dunque, fortemente improntato verso il prog metal. Uno dei più potenti e migliori passaggi dell’intero lavoro, ottimo !

Somebody chiude il cerchio e lo fa andando ancora ad unire le due anime esibite dalla band inglese, tuffandosi con dolcezza in linee melodiche appartenenti di elezione al prog. Il risultato è a mio avviso di buona qualità anche se la ricerca delle vocalità indugia troppo sul medesimo schema.

Un vero moloch, The Mountain di sicuro non passerà inosservato o lascerà indifferenti. Credo ci siano buone probabilità che ad un primo ascolto possa lasciare perplessi sia gli appassionati new prog che quelli prog metal ma già dal successivo comincia a fare breccia. La carne messa al fuoco dagli Haken in questo caso è davvero tanta e, francamente, non riesco ad indicare un episodio, un momento poco convincente. Si tratta a mio parere di un grosso salto di qualità, un balzo in avanti che testimonia una grande maturità raggiunta dagli inglesi a patto di non essere eccessivamente puristi ed accettare la contaminazione; sin qui una delle migliori uscite del 2013.

Max

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commenti
  1. Alessandro ha detto:

    Ricordo benissimo quel giorno del 2008 quando, attratto dalla copertina, diedi una chance a questo gruppo sconosciuto (e la stessa cosa mi successe qualche anno dopo col magnifico ‘The suffering joy’ che mi introdusse nel fantastico mondo dei Magic Pie). E fu folgorazione immediata. Sonorità assolutamente non innovative, ma alquanto personali condite da una voce decisamente particolare, di difficile presa in primis (in quanti lo dicono anche di Geddy Lee, vabbè) ma che davvero poi non sapresti come sostituire senza snaturare il sound di questa band. Divorai voracemente Aquarius e gioii all’uscita di Visions (che già presentava novità nel sound ed una decisa maturazione artistica). Appresi poi con soddisfazione il passaggio alla ‘major’ del prog, la InsideOut (che personalmente è da anni la mia label di riferimento), sicuro che avrebbe ulteriormente aiutato la band a ritagliarsi uno spazio al sole. Curiosità a mille per il nuovo capitolo dunque, che inserisco nel lettore trepidante.
    Primissima impressione: il sound si è evoluto decisamente, la componente metallica è di sicuro meno presente per lasciare spazio a maggiori inserti che si rifanno ad un progressive rock che guarda al passato. Questo non è un male, ci mancherebbe; è solo da capire come si sposi ed amalgami col sound della band.
    Si parte subito col botto: dopo il ‘classico’ (quanto inutile, ma è ormai un compromesso del progressive) intro, Atlas Stone esplode e combina i vecchi Haken con quelli nuovi: l’intro fa subito capire di che gruppo stiamo parlando (e in un genere così inflazionato possedere un sound riconoscibile fin da subito è decisamente cosa buona e giusta), poi il brano si snoda combinando le vecchie caratteristiche con le novità più progressive d’annata. L’incipit di Cockroach King spazza poi ogni dubbio: voci alla Gentle Giant (che tanto mi fanno amare Neal Morse e Spock’s Beard) ci introducono ad un brano dove i richiami a Genesis, ELP, Yes e GG sono evidenti ma ben miscelati e personalizzati (riportandomi, per restare in tempi meno remoti, ai Beard dei primi album e qualcosina di Karmakanic e The Tangent, soprattutto per le parti più jazzy). Assolutamente l’highlight del disco. In memoriam invece riporta più al prog metal dei primi due capitoli, ma non mi colpisce granchè, trascurabile. Atmosfere quasi ‘clericali’ per Because it’s there che poi si sviluppa verso sonorità porcospiniane molto soffuse e dove Hearne cerca di fare l’Harrison della situazione. Buonissima prova, ma il genio di Gavin appartiene ad una galassia irraggiungibile. Con Falling back to earth si torna a bordate prog metal d’annata alternate a parti che sembrano risultati di una zuffa tra Haken e Muse. E’ comunque il brano più Haken-style del disco.
    Jennings è decisamente migliorato vocalmente, riuscendo a mantenere il suo trademark, e As death embraces lo dimostra pienamente. Arriviamo poi al secondo highlight del disco, quella Pareidolia che avevamo già potuto conoscere in anteprima. Potremmo definirla una summa dei due precendenti episodi arricchita ulteriormente da sonorità orientaleggianti. Da segnalare la prova ritmica assolutamente sopra le righe (con interventi addirittura in blast-beat che sorprendono). Chiude il platter Somebody, un modo decisamente atipico di chiudere il cerchio, avendoci abituati ad una suite riassuntiva nei dischi precedenti. Atipico perché si chiude con un brano lineare, melodico dove la ricerca è più votata alla vocalità, a testimonianza che in casa Haken è davvero cambiato qualcosa.
    L’edizione in mio possesso è (ovviamente) la limited con due bonus tracks, ma davvero non aggiungono niente a quanto proposto dai 9 brani ‘ufficiali’.

    In conclusione un disco decisamente ‘diverso’, inatteso ed eterogeneo. Ma nonostante ciò affascinante e da ascoltare più volte per essere apprezzato in tutte le sue sfumature, gli Haken non hanno tradito nemmeno stavolta. Nella mia classifica personale dell’anno fino ad ora è inferiore soltanto al nuovo Spock’s Beard e se la gioca con l’esordio dei Sound of Contact e il secondo episodio di English electric dei Big Big Train per la seconda piazza. Lavori comunque da far leccare i baffi agli appassionati, essendo uscite di qualità sopraffina e che fan preferire l’uno all’altro credo in base solo ai gusti personali.
    Ancora una volta grazie per l’ospitalità e complimenti per il blog.

    Alessandro

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