frontNon è il primo e non sarà l’ultimo clamoroso comeback ma questo dei Carcass è sicuramente destinato a fare notizia. Comincio dalla…fine proprio per chiarire che non si tratta della solita “operazione-nostalgia” o di meri bisogni economici; qui di sostanza ne è presente tanta e Surgical Steel, titolo del sesto e nuovo album della band inglese credo potrà lasciare il segno.

Non male per un gruppo la cui ultima uscita discografica risaliva al 1996 (Swansong) e che non molto tempo dopo aveva annunciato lo scioglimento. Non male, ancora, perché ritornano dopo diciassette anni con una carica ed una grinta incredibili, prova che voglia ed entusiasmo non sono sopiti nonostante gli anni.

Swansong aveva segnato appunto il canto del cigno, per il gruppo di Liverpool che con cinque album prodotti in otto anni era riuscito a scolpire il proprio nome nella scena grindcore prima e melodic death metal poi. Un album forse velato di stanchezza, comunque distante dall’ adrenalina suscitata da Heartwork (1993).Dopo di che lo scioglimento, le carriere separate con altri gruppi ed infine la grave malattia di Ken Owen, Dunque il silenzio ha regnato sui Carcass sino a qualche anno fa con le prime apparizioni live a band riformata ma di qui a pensare ad un nuovo album ci sarebbero voluti cinque o sei anni.

Questo breve prologo giusto per ripercorrere le tappe salienti e ricordare come si è giunti sorprendentemente a Surgical Steel, prodotto dal solito Colin Richardson e con il missaggio del guru Andy Sneap. Esce per Nuclear Blast.

Jeff Walker (basso e voce) e Bill Steer (chitarra e voce) sono sempre sul ponte di comando mentre il giovanissimo Dan Wilding (classe 1989) ha rilevato il posto del grande Ken Owen che comunque presta almeno la sua voce (in aggiunta) in due brani. Ben Ash funge da secondo chitarrista.

Poco più di trequarti d’ora in cui i  Carcass mettono sapientemente mano ai ferri per compiere una vera operazione chirurgica; l’enorme lasso di tempo trascorso, dopo poche battute pare dimenticato, come se il quartetto fosse sempre rimasto on the road.

Questo è l’aspetto che prima di altri emerge prepotentemente dall’ascolto, coinvolgente, di Surgical Steel. La copertina di Ian Tilton fotografa ed anticipa perfettamente quello che sarà poi il menu di degustazione, vere e proprie sciabolate nello stile ancora fresco della band.

Tralasciando l’ormai irrinunciabile ouverture,1985, si parte subito fortissimo con Thrasher’s Abbatoir in cui la chitarra di Steer torna a ruggire come un tempo; un inizio fulminante che pare figlio dei primi vagiti grindcore del combo.

Cadaver Pouch Conveyor System alza ancora il tiro con un ritmo infernale e comincia a riportare in evidenza linee più melodiche ma, in ogni caso, è un pezzo che definire aggressivo è solo un eufemismo. Primo solo distruttivo di Bill Steer.

Senza sosta, si va avanti con la successiva A Congealed Clot of Blood e viene da chiedersi come la voce di Jeff Walker possa ancora reggere a questo livello. Il giovane drummer intanto si fa sentire, chiaro e forte, mostrando una insospettabile personalità.

The Master Butcher’s Apron parte fortissimo, la band non mostra segni di cedimento e avanza come un rullo compressore, travolgendo ogni ostacolo. Questa sorta di viaggio a ritroso nel tempo continua con Noncompliance to ASTM F 899-12 Standard dove thrash, death e grind si incontrano dando vita ad una pozione esplosiva.

Non ci sono pause e si continua con The Granulating Dark Satanic Mills, uno dei momenti migliori come tiro ed intensità; cambia il tempo per Unfit For Human Consumption ma si tratta comunque di un altro assalto all’arma bianca, micidiale.

E così sino in fondo, passando per 316 L Grade Surgical Steel (una delle mie preferite), Captive Bolt Pistol e la lunga e conclusiva Mount Of Execution, l’ultimo “caricatore” vuotato dal gruppo.

Difficile attendersi un ritorno migliore, a ben vedere i Carcass con Surgical Steel hanno fatto il disco che potevano e dovevano fare; credo che possa trovare larghi consensi tra i fans della band e del metal, a tutti gli altri consiglio di starne alla larga, è esplosivo !

Max

commenti
  1. Alessandro scrive:

    Quando ancora guardare Mtv aveva un senso e soprattutto stare alzati fino alle 3 di notte per gustarsi un bel programmino come Headbanger’s Ball prima e Into the pit a seguire (e già da qui si capirà che non son più un giovincello), ricordo come fosse oggi quel video dei Carcass ‘No love lost’ che tanto mi colpì. Incredibile come sapessero coniugare quella voce così particolare con una musica si heavy ma non così estrema come appunto un tal cantato era solito richiedere. Poco dopo scoprii anche i Gorefest di Soul survivor e, assieme ai succitati Carcass, scoppiò una grossa passione per questo sottogenere che alcuni han definito death’n’roll, anche se non mi convince tanto.
    Tornando in topic, che dire di questo (in)atteso comeback? Innanzitutto bentornati, davvero le speranze erano quasi tramontate.
    Passando al dettaglio del nuovo album, quello che ci viene offerto è un pout-pourri di quello che erano stati i dischi precedenti: dopo l’ennesimo intro (inutile), la partenza in assalto puro ci riporta ai bei tempi di Necroticism (grazie a dio con un’ovvia produzione migliore) con una doppietta di brani dove l’impatto è devastante e che mette le carte in tavola fin da subito. La voce di Jeff c’è ancora, la tecnica è sopraffina, il groove spacca (ma su questo aspetto ci tornerà dopo). Già dalla quarta traccia si comincia però a tirare il freno a mano e gli echi dei lavori più recenti cominciano ad aleggiare, anche se il bpm delle tracce resta sempre bello sparato, con decelerazioni che si alternano spesso e volentieri a momenti in classico trash/death/grind. Il disco prosegue su queste coordinate e si lascia ascoltare. Ma forse è proprio questo il suo pregio quanto il suo limite: i brani sono tutti di ottimo livello compositivo ed esecutivo, ma manca forse l’highlight, quel paio di pezzi che son destinati a colpire e restare, che diventano classici da inserire nella scaletta dei prossimi concerti (anche se son sicuro che tutti vorranno sentire sempre le solite canzoni, come succede a tutti i gruppi storici). Forse solo 316 L Grade Surgical Steel si avvicina a questo intento (bellissimo il riff di chitarra), un brano molto vicino ai Carcass di Heartwork (ho detto poco…), nel quale non avrebbe decisamente sfigurato.
    Un’ultimissima impressione: il nuovo innesto dietro le pelli svolge il suo lavoro in modo encomiabile, tuttavia quel qualcosa che rendeva i Carcass unici ed inimitabili era anche il tocco di Owen che qui, da (tentato) batterista attento al pelo nell’uovo come il sottoscritto, manca. Ma sono dettagli, sia ben chiaro.
    In ogni caso un buonissimo ritorno, un episodio Carcass style 100% ma che definirei ancora di ‘rodaggio’ in attesa di un futuro nuovo capolavoro. Sperare non nuoce!

    Alessandro

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