frontUna delle uscite più attese nel corso di questo anno si è finalmente materializzata;  è adesso disponibile il decimo e nuovo album di Fish il cui titolo è A Feast of Consequences.

Pubblicato per la propria etichetta (Chocolate Frog Record) segna il ritorno discografico sei anni dopo l’uscita di 13th Star; un arco di tempo piuttosto lungo nel quale il vecchio Derek ha dovuto innanzitutto preoccuparsi di curare lo stato di salute, in particolare della sua gola che per lungo tempo ha fatto temere il peggio.

Spasmodica attesa dicevo in apertura anche perché, a dirla tutta, le ultime prove del “pesciolone” non erano state proprio esaltanti (Field of Crows in particolar modo); il successivo tracollo della voce regalava solo sensazioni nefaste e aveva alimentato dubbi ed incertezze riguardo il prosieguo della carriera.

Ma per un combattente di razza qual è Fish anche questa era una battaglia da vincere e, grazie al cielo, ci è riuscito, tornando per regalarci undici brani da lui scritti e cantati con la produzione del confermato Calum Malcolm. Prima di qualsiasi altra valutazione è bene chiarire che da un punto di vista vocale la situazione è meno grigia del previsto; i toni bassi sono belli corposi e caldi ma non più cavernosi, sui medi magari può difettare un pò di presenza mentre sugli alti…si deve fare di necessità virtù, la potenza di un tempo è smarrita e comunque, considerati gli avvenimenti, ci si può (doverosamente) accontentare.

Il palco poi potrà confermare o smentire queste impressioni, basate ovviamente solo sull’ascolto dell’album (al momento purtoppo non sono previste date in Italia).

Passando rapidamente in carrellata la squadra di Fish è più o meno quella consueta, a cominciare dall’art work di Mark Wilkinson. Accanto all’ex front man dei Marillion troviamo infatti molti dei musicisti che, più o meno da sempre, lo accompagnano e dunque: Steve Vantsis (basso), Foss Paterson (tastiere), Robin Boult (chitarre) e Gavin Griffiths (batteria). A completare, come seconda voce, Elisabeth Troy Antwi.

L’album prende il via proprio con il brano più lungo; gli undici minuti di Perfume River (fiume che bagna la città di Huè in Vietnam) si aprono con il suono di cornamuse in lontananza e successivamente di una chitarra acustica. Di li a poco, con un tono profondo, è la volta del singer cominciare a colorare la tavolozza musicale con le sue pennellate.Brano intenso ed evocativo, pienamente nello stile e nel repertorio, impreziosito da alcuni interventi della chitarra. Un pizzico di sintesi in più lo avrebbe reso quasi perfetto, Il singer canta con una ritrovata sicurezza.

Con All Loved Up lo scenario muta radicalmente, spostandosi verso rivoli pop/rock; il contrasto con il pezzo precedente è notevole, forse anche troppo, qui il mood è a tratti quasi “stones” ma è possibile che dal vivo possa avere grande impatto.

Blind To The Beautiful rivela il lato più poetico di Fish, con un testo tipicamente immaginifico; si crea un’atmosfera pacata e rilassata, per una piacevolissima ballad acustica, impreziosita dal canto dietro le quinte di Elisabeth Troy Antwi.

La title track si propone come il pezzo più breve del lavoro, Ancora un andamento rock non particolarmente aggressivo nel quale comunque Fish torna a sfoderare gli artigli.

Giunge il momento principale, è il turno quindi di High Wood Suite divisa in cinque movimenti. Il primo (High Wood) ci porta indietro nella omonima foresta francese, teatro della battaglia della Somme durante il primo conflitto mondiale e dei suoi caduti, con un andamento marziale e cupo nel quale Derek offre un’ accorata interpretazione. Il secondo segmento (Crucifix Corner) resta a mio avviso uno dei momenti più fulgidi del disco, Racconta di morte e disperazione (il titolo è il nome del cimitero di guerra tuttora esistente), in un paesaggio musicale che Fish rende quasi palpabile. La terza parte (The Gathering) si apre con il suono di una sezione di fiati ed a sua volta muta nuovamente lo scenario, con accenni e richiami a ballate folk molto british style. Thistle Alley (quarta parte) è il nome di una trincea posta nelle vicinanze del cimitero; inizialmente è la malinconia che regna sovrana per poi venire sostituita da un incedere lento e cadenzato ma inesorabile. The Leaving conclude questa triste saga, segnando di fatto la fine della guerra.

Non è finita, mancano ancora due passaggi, tra l’altro molto convincenti: il primo è The Other Side Of Me che consegna quel pescione” malinconico e riflessivo che tanto in passato è stato facile amare. Il suo timbro su di un registro estremamente basso regala brividi ed emozioni, un ottimo arrangiamento pensa al resto. Spazio finalmente anche ad un caldo solo dell’ elettrica che suscita sorrisi convinti.

L’altro si intitola The Great Unravelling e vede nuovamente in azione anche la voce di Elisabeth Troy Antwi in un duetto ben riuscito, grazie all’ottimo impasto vocale.

A Feast of Consequences  è un lavoro lungo, un’ora abbondante di musica e parole nel quale non funziona proprio tutto a dovere (c’è qualche pausa) ma che, complessivamente, si propone come una felice risalita. Forse non è la vera e propria “zampata” ma testimonia comunque una vena in buona parte ritrovata e con essa, molto probabilmente, un nuovo entusiasmo giocato ora sulle corde di un’età più matura. Bentornato Fish !

Max

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commenti
  1. Paolo Carnelli ha detto:

    In attesa dell’arrivo della mia copia deluxe, una piacevole e confortante lettura. Grazie!

  2. Napoleone Wilson ha detto:

    Concordo praticamente su tutto.
    Non un capolavoro ma un album con buoni pezzi, dove la voce appare migliorata rispetto al passato (cui giova anche il fatto di scegliere di utilizzare registri vocali piuttosto bassi e di nons trafare)

    Canzoni migliori: Blind To The Beautiful, High Wood, Crucifix Corner, Thistle Alley e The Other Side Of Me

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