Levin, Minnemann, Rudess LMR 2013

Pubblicato: settembre 13, 2013 in Recensioni Uscite 2013
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AP-8PG.inddI progetti paralleli, le collaborazioni, gli strani incroci che si susseguono con sempre maggiore frequenza ci ricordano quanto profondamente sia cambiato il mondo della musica negli ultimi 10-15 anni; ricordo che negli anni ’70 era impensabile che un musicista militasse in più band contemporaneamente, Salvo rarissime eccezioni erano previsti tuttalpiù album solisti, altro sarebbe stato considerato quasi destabilizzante.

Oggi invece è diventata una consuetudine, vuoi per le facilitazioni consentite dalla tecnologia moderna, vuoi perché i musicisti hanno necessità (economiche) e piacere di misurarsi con produzioni diverse tra loro e più frequenti.

Se ne contano sempre più e l’anno in corso non ha fatto eccezione. Ultima in ordine di tempo quella estremamente prestigiosa tra Tony LevinMarco Minnemann Jordan Rudess che pubblicano un album intitolato semplicemente LMR.

Inutile versare inchiostro per tratteggiare i contorni di tre pezzi da novanta simili, tre grossi calibri che con diversi gruppi e in fasi temporali differenti sono entrati di diritto nell’empireo del progressive e/o del prog metal.Tutti super-impegnati tra lavori in studio, tour e molteplici appuntamenti, hanno dato vita ad un lavoro strumentale di non facile catalogazione, sospeso tra aspirazioni fusion, sonorità prog metal e timidi rimandi progressive eseguito nella formazione di un vero power trio. Se si vuole azzardare un parallelo il nome più credibile può essere quello dei Niacin ma permangono comunque delle diversità.

A margine di questo va sottolineato che Minnemann si disimpegna anche nel (non) inedito ruolo di chitarrista e lo fa con risultati del tutto dignitosi. Scott Schorr e lo stesso Tony Levin ne hanno curato la produzione e viene pubblicato per Lazy Bones Recordings.

Lavoro complesso ed articolato grazie all’enorme talento dei protagonisti, riesce comunque, seppure ad intermittenza, a spogliarsi di alcuni eccessi per consentire un approccio più immediato. Esempi di ciò possono essere meglio rappresentati da brani come The Blizzard, nel quale sono il piano e le tastiere di Rudess “the wizard” a svolgere il ruolo di filo conduttore, oppure Enter the Core dove questa volta è il suono sporco e distorto della chitarra a fungere da guida, supportata poi dall’ingresso delle tastiere.

Su questo indirizzo un altro passaggio mirabolante è Lakeshore Lights dove tra l’altro si può apprezzare il lavoro perfetto della premiata ditta Levin-Minnemann; fantasiosi e di gusto gli interventi delle keyboards.

Questi i momenti più diretti; poi c’è una lunga batteria di pezzi nei quali le coordinate si diradano e gli input sonori prendono a moltiplicarsi in modo esponenziale, senza che questo però renda l’ascolto pesante o noioso. E’ il caso ad esempio dell’iniziale Marcopolis, (ruvida ed aggressiva, poi molto più “rotonda”), Frumious Banderfunk (sorta di furioso ed anarchico funk), la lunga e colorata Mew (tipico esempio di moderna fusion), Orbiter (grande atmosfera, con un Tony Levin di grandissimo livello) e la conclusiva e dilatata Service Engine, episodio cristallino da un punto di vista tecnico ed epica nel finale.

C’è poi un gruppo di tracce che sono quelle invece dove viene concesso più spazio ai tecnicismi, magari non esasperati all’eccesso ma comunque non istantanei da seguire. E’ il caso di Twitch (ipnotica come una spirale grazie al lavoro di Rudess), Afa Vulu con il drumming spietato di Minnemann. I suoni si fanno più duri e feroci, sopratutto nelle linee di basso di Levin, in Descent così come per le successive Scrod che vede un drumming stellare, Ignorant Elephant che meglio di altre coniuga fusion prog metalDancing Feet, incredibile improvvisazione tra fusion e space rock.

Levin, Minnemann, Rudess è un album molto particolare, caratterizzato dal livello eccelso dei protagonisti e che ha in dote il pregio di non essere glaciale. Certo, si pone in un’area di fruizione limitata, probabilmente è destinato a rimanere di nicchia ma ad ogni modo testimonia un incontro musicalmente felice. Parafrasando un vecchio detto “una parola è poco e due sono troppe”; meglio ascoltarlo dunque.

Max

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