Sting The Last Ship 2013

Pubblicato: settembre 20, 2013 in Recensioni Uscite 2013
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front2003 – Esce Sacred Love, ottavo album di Sting che vede come sempre collaboratori di grande blasone (Colaiuta, Katchè, Chris Botti ed il fido Dominic Miller). Il disco presenta qualche novità nella scelta dei suoni, vende al solito molto bene ed è accolto dalla critica con esiti contrastanti. Diverrà comunque un momento topico nella carriera del “pungiglione”.

2006 – Viene pubblicato Songs from the Labyrinth, fondato sulle musiche di John Dowland con la collaborazione del liutista bosniaco Edin Karamazov. Un viaggio nella musica antica edito addirittura da Deutsche Grammophon.

2007-08 – Si svolge il lungo tour mondiale per la tanto discussa (ed effimera aggiungo) reunion dei Police.

2009 – E’ il turno di If on a Winter’s Night… Basato su di una novella scritta da Italo Calvino coniuga nuovamente elementi classici ad altri pop; si assiste tra l’altro ad un notevole cambiamento vocale di Sting, le cui tonalità basse diventano quasi incomprensibili, criptiche.

2010 – Continua il sodalizio con la DG e viene editato Symphonicities, in cui il buon vecchio Gordon reinterpreta alcuni classici del suo repertorio e di quello dei Police avvalendosi di un’orchestra.

2013 – Uscita di The Last Ship.

Queste a grossi tratti le tappe significative degli ultimi 10 anni di carriera di Mr. Gordon Sumner e come si può notare Sacred Love è importante, perchè rappresenta l’ultimo episodio dello Sting più conosciuto e consolidato. Giusto dieci anni dopo giunge The Last Ship, undicesimo sigillo in cui torna  a proporre materiale inedito.

Ma la sorpresa è dietro l’angolo, nel senso che dello stile e della voce dell’ “Englishman in NY” di lontana memoria è rimasto ben poco. Sting torna con un album intimo, introverso, minimalista ed in sostanza semi-acustico dove non rinuncia al tono baritonale maturato nell’ultimo decennio, concedendo rarissimi lampi del tempo che fu. Sotto la  regia attenta del produttore Rob Mathes scaturisce un lavoro piuttosto cupo e triste, dove Sting, ormai oltre la sessantina, racconta di un ritorno alle origini, a casa nell’estremo nord dell’ Inghilterra (Newcastle), fatto di ricordi, emozioni, rapporti umani, rimpianti, riscoperte di antichi valori, sotto l’inesorabile scorrere del tempo.

Se la tematica in questione non è di per sé né opinabile nè sconvolgente, diverso è l’esito prodotto da una nutrita serie di ascolti. Se è vero che siamo davanti ad un musicista che ormai non deve dimostrare niente a nessuno lo è altrettanto che il percorso sonoro imboccato (ormai da tempo) alla lunga lascia quanto meno perplessi.

Con ogni probabilità And Yet è l’unico episodio nel quale è possibile ritrovare ed abbracciare il musicista di una volta, sia da un punto di vista vocale che musicale è il brano che più lo rende immediatamente riconoscibile; il testo è dedicato al ritorno nella sua città, alla meraviglia nel ritrovare il suo caldo e morbido abbraccio fatto di scorci, gabbiani, il Tyne, abitudini.

Ascoltando Practical Arrangement si ha come l’impressione di sentire la voce di un vecchio croonerdavvero impressionanti la profondità e la rugosità raggiunte dal tono di Sting.Qui il testo recita la parte del leone, una “lirica” intima e malinconica sul rapporto di coppia vissuto con l’occhio e l’esperienza di un uomo ormai adulto; parole come macigni di un uomo ormai fuori dalle suggestioni delle facili illusioni che cerca nella semplicità delle piccole cose la chiave di volta:

…I’m not suggesting that this proposition here could last forever,
I’ve no intention of deceiving you, you
A practical arrangement,
And perhaps you’d learn to love me given time.
It may not be the romance that you had in mind,
But you could learn to love me,
Given time.

Un pugno di ballate semi-acustiche sono il nucleo centrale del disco. Pezzi come la title track, Dead Man’s BootsAugust Winds (pregevole l’inserto di violino), So to Speak (con la voce aggiunta di Becky Unthank). Ed ancora, passaggi quasi folk come What Have We Got?  cantata in duo con Jimmy Nail oppure più prevedibili ma apprezzabili come Language Of Birds, ballad tristi e nostalgiche come The Night The Pugilist Learned How To Dance o ancora come Ballad Of The Great Eastern, un inno alla propria terra e la cupa e disperata I Love Her But She Loves Someone Else.

The Last Ship è un disco a rilascio estremamente lento; ad un primo ascolto confesso che non mi è piaciuto, trovandolo piatto, spento, quasi noioso. Insistendo invece qualcosa comincia ad arrivare, il sentiment del musicista si fa più chiaro e vicino, probabilmente legato all’età ed ad una fase esistenziale piuttosto intensa. E’ possibile che questa sia la conferma definitiva del nuovo indirizzo, come pure potrei venire smentito in futuro, Album particolarissimo; direi che, sottolineate le dovute differenze, Sting ha scritto il suo Nebraska.

Max

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