Dream Theater Dream Theater 2013

Pubblicato: settembre 23, 2013 in Recensioni Uscite 2013
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frontEsattamente due anni dopo A Dramatic Turn of Events ecco che, puntuali in questa cadenza biennale, si ripresentano i Dream Theater con il loro dodicesimo disco dal titolo eponimo. Come sempre si stanno già sprecando i commenti, in un senso e nell’altro, perché poche band come quella di John Petrucci sono da sempre al centro di una disfida tra fazioni, tra guelfi e ghibellini.

A tale proposito vorrei cercare di perorare una maggiore obiettività ed equilibrio nella valutazione, sia presso gli ultras incalliti per i quali qualsiasi nota prodotta dal quintetto assurge automaticamente a capolavoro, sia tra coloro i quali invece tendono sistematicamente a denigrarli in nome di una vena compositiva ritenuta conclusa e di una eccessiva auto referenzialità.

Come spesso succede la verità molte volte sta in mezzo; personalmente sono da sempre un grandissimo ed affezionato estimatore del gruppo, ciò non toglie che in passato (un esempio, Systematic Chaosabbia avuto anche io ragioni per criticarne il lavoro e qualche atteggiamento. Detto questo… addentriamoci nel nuovo album, Dream Theater.Innanzitutto bisogna evidenziare come in questo caso Mike Mangini abbia preso parte integralmente alla costruzione dei brani, apportando secondo le dichiarazioni dei protagonisti un notevole contributo. I testi invece sono stati scritti tutti dal chitarrista ad eccezione di uno ( Surrender to Reason), ad opera di John Myung. Produzione a cura dell’ axe man, viene pubblicato come al solito da Roadrunner Records.

False Awakening Suite, a firma Petrucci-Rudess, costituisce una vera intro, molto cinematografica che presumibilmente i DT potranno adottare come apertura nel loro prossimo tour. Epica ed esplosiva, ottimo biglietto da visita per ciò che sta per seguire.

The Enemy Inside, già uscita come singolo ad anticipare il CD, è sicuramente uno dei pezzi più aggressivi del lotto rimandando alle scorribande più esasperate della band. Il lavoro di Mangini Myung è come sempre inappuntabile; il drummer spara a raffica con la sua Pearl ed il silenzioso bassista gli è perennemente al fianco. Labrie aggancia da subito la giusta linea vocale mentre Petrucci Rudess si spartiscono le sezioni melodiche, il primo con riff potentissimi ed un solo velocissimo mentre il secondo svariando a piacere sulle sue tastiere.

The Looking Glass racconta di cosa sia diventata oggi la fama per le persone ed in particolare per i giovani, una vera mania, “raggiungibile” per ognuno grazie ad internet ed ai social network; spesso però si tratta di una notorietà effimera. Andamento vagamente AOR del brano, quasi radio-friendly nella parte introduttiva. Una melodia immediata, un gran “tiro” con un Labrie molto ispirato , un pezzo che (presumo) possa avere un notevole impatto live, impreziosito come sempre da un ottimo intervento del chitarrista.

Enigma Machine è una traccia strumentale tra le più complesse e strutturate, prevedendo molte parti soliste dedicate ad ogni musicista. Qui vengono fuori i Dream Theater più al limite a mio avviso, quelli che si amano o si detestano. Partiture estremamente intricate, una quantità di note esorbitante “sparate” ad una velocità impressionante, in una gara che viene interrotta da un break sognante della chitarra. Mangini in questa occasione superlativo, a chiudere (mi auguro) il confronto interminabile con il grandissimo predecessore.

The Bigger Picture. Quasi in formato canzone anche se di una durata importante (poco meno di otto minuti), si snoda come una vera prog ballad con qualche lieve eco pop. Il piano di Rudess accompagna la voce appassionata del singer sospesa tra pause e crescendo. Un magma montante di emozioni per un brano che fa del pathos il suo elemento portante. Non è il caso di scomodare paragoni ma penso che possa essere degna erede di grandi del passato.

Behind the Veil narra un testo drammatico, basato sulle sensazioni e lo smarrimento derivanti da un rapimento. Il senso di prigionia, di ineluttabilità, la paura ed il sentirsi totalmente smarrito ed indifeso. Uno dei passaggi in cui risalta maggiormente il lavoro delle tastiere, supportate comunque da riff assassini di chitarra e da un Myung in grado di “spingere” tantissimo.

Surrender to Reason. Come accennato il testo è a firma del bassista ed è in definitiva una sorta di inno alla forza di volontà, quella che ci deve essere dentro ognuno di noi per reagire e lottare contro le avversità della vita, quali che esse siano. james Labrie conferma uno stato di forma ritrovato con importanti “aperture”. Splendido ed efficace il solo di Petrucci che anticipa il rinvenire di un coro epico ed arioso.

Along for the Ride sposta l’attenzione su sonorità più lievi e soffuse, almeno inizialmente. Il suono della band cresce gradualmente di intensità, coralmente, disegnando così una seconda ballad culminante in alcune magie delle keys. Probabilmente la resa live può essere notevole, personalmente è il pezzo che però meno mi coinvolge.

Il colpo grosso giunge in fondo con i 22 minuti di llumination Theory, una suite che (mi sbilancio !) riporta ai fasti di Scenes From a Memory Six Degrees. Idealmente divisa in cinque sezioni vive il suo start up con il bellissimo ed epico arrangiamento orchestrale ( a cura di Eren Başbuğ) di Paradoxe de la Lumière Noire. Una vera sezione di archi infonde profondità e vibrazioni sonore impagabili, prima della partenza a ritmo sostenuto di Live, Die, KillJordan Rudess assolutamente in stato di grazia folleggia letteralmente, Labrie ritrova come per incanto quei toni alti vissuti in passato con estrema naturalezza, il duo ritmico erige una vera e propria fortezza sonora mentre la chitarra rimane momentaneamente su di un lavoro “routinario”.

Ancora gli archi, da brivido (The Embracing Circle) , commoventi alle lacrime e per questo vanno lodati il gusto e la fantasia del quintetto; dopo una parte di piano in puro stile Emerson, il quadro muta di continuo ed è questa volta Mr. Petrucci a farsi sentire da par suo, forte e chiaro ! Ed è con gioia che, di nuovo, si può riascoltare un front man completamente rigenerato; superati definitivamente i noti problemi alla gola, torna a fare vibrare le corde del cuore con la sua voce, supportato da un solo di Petrucci affilato come la lama di un rasoio. E quando ormai le lacrime la fanno da padrone…gli ultimi due minuti di piano e chitarra sono quello che non ti aspetti.

Grande impatto, molta sostanza, i Dream Theater certificano così il nuovo corso con Mangini alla batteria, Se A Dramatic Turn of Events aveva rappresentato un ottimo primo step (ed il relativo tour ne aveva dato conferma), questo album sancisce che tutto è ok, ogni cosa al proprio posto. I Dream Theater ci sono, tonici e potenti.

Max

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