Magenta The Twenty Seven Club 2013

Pubblicato: settembre 24, 2013 in Recensioni Uscite 2013
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frontIl Galles è terra generosa nei confronti del new prog, nell’ ultimo decennio ha sfornato alcune tra le band più interessanti del panorama e, di riflesso, alcune voci femminili davvero importanti. E’ con grande piacere dunque che saluto il ritorno dei Magenta con The Twenty Seven Club, sesto album in studio della band guidata dalla bravissima cantante Christina Booth, pubblicato per Tigermoth Productions.

Due anni dopo Chameleon il trio torna con un progetto basato sulla fatale età dei 27 anni, quella in cui hanno perso la vita (come noto) grandissime star della storia del rock, a causa di abuso di droghe o alcool. Una sorta di casuale maledizione.che non ha mancato nei decenni di fare fiorire una letteratura intorno all’argomento.

Membro aggiunto al trio, in questo caso, è il batterista Andy Edwards (ex Frost* IQ); il nocciolo duro del gruppo rimane quello abituale, dunque con Rob Reed (tastiere, basso e chitarra), Chris Fry  (chitarra) e la già citata singer.Il suono di The Twenty Seven Club va a recuperare molti dei dettami del progressive più classico e di un tempo, in linea con l’idea che ha dato vita a questo progetto. La copertina stessa ne è un’allegoria, non è impossibile immaginare chi siano i sei personaggi coperti da degli specchi infranti e gli stessi oggetti posati loro davanti sono ben più di qualche indizio…

I riferimenti musicali del combo sono quelli ormai conosciuti, quindi Yes Renaissance su tutti, uniti a quelle che sono le peculiarità della odierna scena gallese. Se Chameleon si presentava in una forma leggermente diversa, nel tentativo di alleggerire (forse troppo) alcune sonorità, il nuovo lavoro invece come detto riavvolge con decisione il nastro del tempo, andando a riallacciarsi in modo marcato ed inequivocabile agli spunti progressive di qualche decennio fa.

La chitarra di Chris Fry suona sempre più vicina a quella, eterna, di Steve Howe; l’opera compositiva di Rob Reed, l’interagire del suo basso con la batteria di Edwards, si appoggiano con estrema decisione a quelle straordinarie coordinate tracciate negli anni ’70. La voce di Christina Booth appare sempre ispirata e piacevole, indirizzata non di rado sul registro di Annie Haslam.

Sei brani dei quali ben quattro piuttosto lunghi, ognuno teso a ricordare uno storico rocker scomparso in circostanze drammatiche; nell’ordine, i musicisti omaggiati sono Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Brian Jones, Kurt Cobain Robert Johnson. 

Si comincia con i dodici minuti di The Lizard King, già anticipata anche da un videoclip. Aprono lontani echi di cornamuse per lasciare spazio subito ad una parte molto dinamica nella quale la chitarra di Fry (sarà una costante) cerca sonorità tipiche degli Yes, Non da meno sono basso e batteria, estremamente presenti e facili alle variazioni. Un arpeggio dell’acustica apre poi per l’ingresso della voce di Christina, brava a mutare spesso tonalità. Il drumming offre un sostanzioso contributo, accompagnato dal clapping della cantante.

Altro giro, altra corsa e si va con Ladyland Blues verso il ricordo dell’immenso chitarrista. Possenti linee di basso accompagnano il lavoro incessante della chitarra che prosegue sulla falsariga Howe -style, Apprezzabile pure il contributo delle tastiere di Reed ma è bene chiarire che quasi ogni pagina, ogni capitolo, viene letto attraverso la lente dei Magenta, senza alcun riferimento musicale all’artista ricordato.

Terza storia, il titolo (Pearl) è di per sé esplicativo. Uno dei momenti più felici e migliori e l’unico, forse, in parte aderente sia da un punto di vista armonico che melodico al personaggio cui è ispirato. Una sorta di “prog-blues” se mi si passa il termine, una ballad morbida ed intensa con una Christina Booth realmente toccante. La chitarra stessa agisce su direttrici bluesy e l’atmosfera che ne scaturisce, impreziosita da bei cori in sottofondo, è da pelle d’oca.

Grande episodio è anche Stoned dove più che ai Rolling viene da pensare a RelayerGoing For the One…Questo è il corso musicale dato al disco, con l’unica eccezione del brano precedente. In effetti le similitudini con la grande band inglese sono più di una ma bisogna dare atto ai Magenta di avere messo in campo per questo pezzo ogni energia, sino alla chiusa sinfonica e romantica.

Un incipit di archi introduce The Gift nel ricordo di Kurt Cobain. Traccia più breve (7 minuti) lieve e malinconica, ispirata alla fragile personalità del leader dei Nirvana mette in luce il talento vocale e la misura della cantante. Il suono poi evolve gradualmente per sfumare, tenue, nel finale.

The Devil At The Crossroads conclude la carrellata con una mini suite di circa 15 minuti. Il mood è grosso modo quello tenuto sin qui, medesimi i riferimenti sonori. Un plauso va anche alla produzione curata dallo stesso Reed in grado di regalare suoni forti ma non pompati allo spasimo e, sopratutto, distinguibili uno dall’altro.

The Twenty Seven Club è un album con il quale a mio avviso i Magenta recuperano quel pò di smalto appannatosi nella prova precedente; è a tutti gli effetti un viaggio nel passato, dichiaratamente ed i grandi musicisti cui è tributato rivivono attraverso lo spirito e le interpretazioni del gruppo gallese. Ad una valida partenza segue, gradualmente, un grande incremento di livello e spessore; un ottimo lavoro, sicuramente.

Max

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