frontNati da una costola dei Sieges Even (prog metal) i Subsignal pubblicano il loro terzo album dal titolo Paraiso, edito da ZYX/Golden Core Records. Un percorso discografico breve ma intenso per il quintetto capitanato da Arno Menses (voce) e Markus Steffen (chitarre), i due transfughi del gruppo di Monaco di Baviera, se si pensa che il primo disco data 2009 ( Beautiful and Monstrous).

Se in un primo momento questo poteva venire considerato come un side project la storia poi ha raccontato una verità diversa: i S.E. si sono sciolti ed i Subsignal sono diventati una band a tutti gli effetti.

Diverse anche le sonorità perché il gruppo tedesco ha sposato accordi e note più morbide, chiaramente collocabili nell’alveo new prog ma ha pensato bene di aggiungere una spolverata di AOR così da ammorbidire ulteriormente la proposta.

Già ascoltando l’interessante Touchstone (2011) erano abbastanza intuitivi infatti i rimandi agli Yes e, non a caso, ai canadesi Saga.

Dopo l’uscita di Touchstone che ha segnalato all’attenzione i Subsignal è avvenuta una defezione: il batterista Roel van Helden ha lasciato la band ed è stato sostituito da Danilo Batdorf. Questo avvicendamento però non ha inciso più di tanto nelle sonorità del quintetto che grazia anche ad un tour effettuato a supporto dei Saga, da un’ impronta abbastanza melodica al proprio prog, limitando in questo caso gli accenti metal a pochi e circoscritti episodi.

Le dieci tracce contenute paiono come semplificate, spogliate di qualche costruzione più artificiosa o,comunque pensata, per lasciare spazio ad un fluire della musica più diretto.

I cinquantatre minuti di Paraiso scorrono dunque rapidamente e tra l’altro denotano una notevole sintesi da parte del gruppo, divenendo icosì il loro album più conciso.

Tralasciando la breve intro (Time and Again) si comincia con la title track dall’ abbrivio possente, carico di reminiscenze prog metal. Andamento corale ed arioso, “largo”, come da precisi dettami del genere.

A New Reliance parte forte ma su direttrici totalmente diverse, si affacciano prepotentemente i rimandi di cui sopra e con essi qualche tentazione “arena rock”. Continuo e rotondo il lavoro del basso di Ralf Schwager, molteplici cambi di tempo ad evidenziare il desiderio di eclettismo della band, senza perdere però di vista le linee melodiche.

Segue a mio avviso uno dei momenti migliori, A Heartbeat Away. Un tema iniziale abbastanza easy viene elaborato con polifonie in perfetto stile Yes e qui i Subsignal danno ulteriore riprova di avere spostato il tiro non poco rispetto ai Sieges Even.

A Long Way Since The Earth Crashed vive di toni soft e di nuovo si appoggia su una melodia abbastanza “catchy”, rinvigorita dalle parti corali per un finale in crescendo.

Tocca al piano di David Bertok aprire per A Giant Leap Of Faith dove dapprima le sonorità si fanno più aspre, per poi planare nuovamente su di un coro per il ritornello, Pause e riprese, piano e forte, il brano si snoda in questa alternanza.

The Stillness Beneath The Snow si colloca con naturalezza come un paesaggio chiaramente ispirato al repertorio dei Saga e rimane un pò in mezzo al guado, pur non essendo in assoluto un brano da scartare.

Altro passaggio da evidenziare è The Blueprint Of A Winter, un riuscito duetto in cui Menses canta con Marcela Bovio dei Stream of Passion. Ballad emozionale che mette in luce la bella voce della cantante messicana ed un bel solo della chitarra di Steffen.

Un secondo input in direzione prog metal giunge con The Colossus That Bestrode The World, quasi un ritorno alle origini. Va rilevato ad ogni modo che il lato metal del brano risulta in buona parte “annacquato”, denunciandone in definitiva più che altro l’intenzione. Le melodie vocali addolciscono molto il tono, forse anche in eccesso.

Swimming Home completa il quadro, tra sonorità morbide di tastiere ed un lento e costante “salire” del pathos.

Con Paraiso Subsignal confezionano un buon disco cui però manca decisamente qualcosa; la scelta di virare con decisione su sonorità progressive ed in alcuni casi AOR va rispettata ma quello che mi convince meno è l’adagiarsi, talvolta placidamente, su melodie troppo facili ed intuitive. Francamente mi aspettavo qualcosa di più.

Max

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