frontSi può definire heavy prog o più canonicamente prog metal, fatto sta che questo Distortion Of Senses gira che è un piacere ed i suoi autori, gli svedesi Dead End Space, si presentano come un “prospetto” di assoluto valore.

in realtà l’album in questione è uscito già da qualche mese (lo scorso maggio) ma mi è capitato a tiro giusto in questi giorni: una piacevole sorpresa che sono contento di non avere perso per strada in un mondo dove, evidentemente, il passa-parola ha acquisito un valore fondamentale.

Va anche detto che la…paternità confonde perché il moniker Dead End Space altro non è che la reincarnazione della Johnny Engstrom Band; medesimo trio di musicisti capitanati dall’omonimo leader che dopo tre release ha deciso di spingersi musicalmente oltre, modificando quindi anche il proprio “biglietto da visita”.

La decisione di Johnny Engstrom, chitarrista, cantante e tastierista del gruppo, è stata orientata ad inspessire il suono, tralasciando certi rivoli quasi pop/rock degli inizi per andare a costruire un sound nettamente più solido e stratificato.Distortion of Senses conserva ancora quelle intuizioni melodiche e atmosferiche del passato ma inquadrate adesso in un contesto più decisivo e, se vogliamo, aggressivo. La scelta a mio avviso si rivela indovinata, Niklas Högberg (basso e tastiere) e Galle Johansson (batteria) trovano anzi una loro più vera dimensione, dando vita al migliore album sin qui del trio di Karlskoga.

L’etichetta Alienationrecords ha dato così alle stampe un disco per certi versi sorprendente; undici brani (in realtà uno è poco più di un filler) che rappresentano un imprevedibile step up, una maturazione probabilmente giunta in ritardo ma qui, finalmente, tangibile. Si possono cercare al solito i riferimenti, per avere un’idea a grandi linee e questi possono essere i consueti del genere; Dream Theater, Rush, qualcosa dei Queensrÿche e degli Shadow Gallery. Il tutto però viene saggiamente reinterpretato con un proprio sentire ed è questo che maggiormente si evidenzia,

Non ci sono frenesie tecniche ed elucubrazioni particolari, il lato melodico alla bisogna viene messo in risalto senza però cadere in soluzioni troppo easy o banali. Un giusto mix che alla fine premia l’ascolto.

Fantasmi, angeli e storie oscure relative all’ aldilà stanno alla base dei testi e del progetto; pochi i momenti meno riusciti, una notevole capacità di mantenere sempre alta la tensione. Una settantina di minuti tirati ed interessanti, aperti dalla title track grintosa sin dalle prime battute. Il timbro vocale di Engstrom sulle tonalità più alte talvolta pare eccessivamente forzato e rappresenta l’unica pecca, molto meglio sui toni medi. La produzione di Mats Lindfors pare subito decisa e sicura, tesa a sottolineare tutti i suoni in modo equilibrato senza penalizzarne alcuni, roboante ma…con giudizio.

Drama Fields mette in luce la versatilità di una ritmica capace di molteplici e repentine variazioni, disegnando armonie in continuo mutamento. La chitarra e la voce del front man si muovono così a piacimento su questo tessuto solido ma camaleontico.

Hundred Years Of Dust completa questo trittico iniziale, tre brani che hanno grosso modo la stessa durata (tra i 7 e gli 8 minuti); i riff si fanno più cupi, un andamento molto “oscillatorio” ne fa uno dei brani meno facili da inquadrare, alternando sfumature oscure a linee vocali e melodiche più solari. Nello specifico non è assolutamente brutto ma mi pare forse quello più confuso, se mi si passa il termine.

Un album nel quale non mancano i cosiddetti “pezzi forti”, uno dei quali è sicuramente rappresentato da Breathe In Breathe Out. Dieci minuti nei quali i Dead End Space esprimono ottimamente la loro essenza. L’ andamento può rimandare in questo caso più da vicino a certi episodi dei Rush e tutto, devo dire, funziona a meraviglia. Vocalità, melodie, il muro sonoro di sostegno eretto da basso e batteria implacabile ma duttile al tempo stesso. La chitarra, vero battitore libero, si incarica di apportare tutte le modifiche dettate dall’istinto e dall’estro di Engstrom. 

Sulla stessa scala di valori l’ottima The Lightworkers introdotta dalle tastiere prima e da una andamento lento e vagamente doom poi. Un graduale crescendo, molto ad effetto, spinge lentamente il pezzo fino ad un bel solo della chitarra. Felice impatto melodico, una buona costruzione, non particolarmente articolata ma efficace.

Breve ma esplosiva e fulminante, Obsessed si segnala ancora per l’ottimo lavoro di insieme. Buoni passaggi sono poi Phantom DeathLast Outpost Time Flies (titolo omonimo ma… totalmente diversa).

Chiude molto bene Free Lost Angels; i suoni ed i colori di una ballad che sale, lenta ed inesorabile ricordandomi (voce femminile a parte) gli ottimi tedeschi Beyond The Bridge.

I Dead End Space cominciano dunque una nuova vita con Distortion Of Senses e rappresentano un valido connubio tra un prog metal scevro da particolari alchimie, qualche pennellata hard qua e la e divagazioni prog. Un disco credo interessante anche per quei puristi del progressive che (ancora) scrutano con occhio minaccioso i “cugini”. Unico appunto (del tutto personale) la voce di Engstrom, non sempre inappuntabile.

Max

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