frontNegli ultimi anni tra l’Inghilterra ed il Galles si è sviluppato un fiorente filone new prog composto da ottime band che vedono (tutte) al centro del palco voci femminili; penso a The Reasoning, Mostly Autumn, Panic Room, Karnataka, Magenta e proprio di recente avevo avuto modo di accennarlo al proposito di questi ultimi.

Torno dunque sull’argomento perché a fare compagnia ai gruppi sopracitati, sin qui un pò in disparte, ci sono anche i Touchstone di Rob Cottingham. Li considero a latere perché la loro proposta è leggermente diversa, meno convenzionale e assimilabile alle precedenti.

Anche loro presentano una cantante, la brava Kim Seviour ma il sound è senza dubbio più duro, proiettato su direttrici prog metal pur non rinunciando talvolta ad attingere alla fonte progressive. Tutto ciò nonostante il registro della singer sia abbastanza angelico e, dunque, parzialmente in contrasto con il sound del gruppo.Partiti quasi in sordina nel 2008 hanno intrapreso un cammino in graduale ma costante ascesa, culminato due anni fa con l’uscita di The City Sleeps, a mio parere il loro fiore all’occhiello. Brani come When Shadows FallSleeping Giants, Horizons e Half Moon Meadow raccontavano non solo di un gruppo in salute ma di una maturazione, a mio parere, in via di raggiungimento.

Oggi è il momento del nuovo e quarto capitolo, intitolato Oceans of Time,  prodotto da John Mitchell (chitarrista degli It Bites e Frost*)  e pubblicato per la prima volta dall’etichetta Hear No Evil Recordings. La formazione invece è rimasta invariata e dunque insieme a Kim e Rob Cottingham (tastiere e voce) troviamo Adam Hodgson (chitarre), Henry Rogers (batteria) e Andre “Moo” Moorghen (basso).

La solidità e la stabilità di una line up, se tra i membri esiste armonia, può essere componente determinante per spiccare un salto in avanti di quelli importanti e, mai come in questo caso, penso sia alla base del percorso musicale del quintetto inglese (dal debutto è cambiato il solo batterista).

La prima cosa che balza agli occhi in Oceans of Time è che in questo caso l’apporto compositivo di Adam Hodgson sia più percepibile, marcato; le sonorità si sono fatte più cariche e questo, come detto, si pone piuttosto in contrasto con il registro estremamente melodico di Kim Seviour, tanto che in alcuni frangenti lo stacco è davvero sensibile.

Apre le danze Flux che tra l’altro è stato pubblicata in anteprima; l’approccio è immediatamente metal e si pone quasi come antagonista nei confronti della giovane cantante. Questa caratterizzazione, sulla quale insisto, sarà il leit motiv di buona parte dell’album, rendendo in questo modo abbastanza atipico il quintetto rispetto ai su menzionati. Pause nelle quali tastiere e suoni programmati di archi si raccolgono morbidamente intorno alla voce di Kim, lasciano poi improvvisamente il posto a nuove accelerazioni, culminanti in un finale vulcanico.

Contact rimanda mollemente ai Touchstone precedenti; l’atmosfera è più calda, avvolgente e comincia a distinguersi il lavoro continuo, personale e presente della chitarra. Da notare l’ottima prova vocale della cantante, qui a suo agio ed in grado di infilare una performance notevole.

Di altrettanto valore la seguente Tabula Rasa che, in qualche modo, si muove su di un tempo non troppo dissimile. Gustoso il basso di Moo, qui impegnato a tessere e cucire una ritmica tonda e regolare. Si conferma abbastanza netta la sensazione per la quale le tastiere di Cottingham lavorino molto alacremente ma in sottofondo, destinando il centro della scena alla sei corde di Hodgson.

Un ritmo tribale inaugura Fragments, echi dal lontano oriente fanno da cornice ad un incedere baldanzoso e roccioso della band; ancora una volta la chitarra sottolinea la sua presenza con riff granitici.

Spirit Of The Age vede il ritorno al proscenio delle tastiere, in particolare del piano. La voce di Kim Seviour si libra eterea su di un arpeggio, vera guida iniziale del brano. L’atmosfera diventa incandescente, il pathos cresce costantemente mentre il sound diviene via via più aggressivo. In alcuni passaggi pare che la band possa sovrastare la singer, facendola “barcollare” ma la tenacia vocale della cantante riesce a evitare il tracollo. Molto bello un inserto quasi space della chitarra che spacca in due la traccia, conducendo poi ad un finale estremamente serrato.

Shadow’s End prosegue in certo modo su questa traiettoria, dove inizialmente tocca al piano guidare la melodia, a fronte di un ottimo lavoro in contrapposizione del basso. E’ Rob Cottingham in questa occasione ad inserirsi al canto, creando così un’alternanza nello sviluppo del tema. Una parte conclusiva mossa e languida al tempo stesso, nel trionfo di questa perenne dicotomia musicale. Quando meno te l’aspetti infatti il pezzo esplode, concludendosi.

Un remake, si tratta di Solace 2013, ri-arrangiamento del brano contenuto in Wintercoast (2009). Sinceramente lo trovo episodio meno interessante del lotto, una versione incupita ed un pò strascicata, parzialmente risollevata dal bel solo centrale del chitarrista.

Buona Through The Night, decisa e sparata, ma la voce della Seviour pare di nuovo come un inerme uccellino, quasi annientata dal muro sonoro. A fronte di un buon talento vocale continuo a trovare il contrasto a tinte forti, alle volte in eccesso. Meglio quando i toni si smorzano.

Un breve filler (Thunder & Crickets) e siamo all’atto conclusivo, i nove minuti abbondanti della title track che restano uno dei momenti più felici. Vengono riallacciati da vicino i contatti col versante prog, in un quadro sonoro mutevole e composito. Improvvise rasoiate metal della chitarra alterano il mosaico che viene ricomposto dalle tastiere, in un continuo “bricolage” musicale. La seconda sezione (poco più di tre minuti), essenzialmente strumentale, risulta solida ed eccellente.

La volontà di distinguersi, una innata inclinazione verso un suono più marcato e deciso; con Oceans of Time Touchstone scelgono di spingere ulteriormente sull’acceleratore, inquadrandosi in modo più definito in ambito prog metal. L’album a mio vedere non tradisce le attese mostrando una band grintosa e determinata; resta solo qualche perplessità in merito al continuo raffronto tra la “rudezza” del suono e la gentilezza della voce di Kim Seviour.

Max

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