frontGiusto quattro anni fa i Pearl Jam pubblicarono Backspaceralbum positivo e che ottenne al solito ampi consensi (tra l’altro di una brevità disarmante per gli standard moderni, appena 37 minuti). Di qui in poi un anno di intensa attività live cui è seguita, più o meno annunciata, una lunga pausa utile per rigenerarsi e ricaricare le batterie.

Nel frattempo album solisti e varie collaborazioni hanno impegnato singolarmente Jeff Ament, Stone Gossard, Mike McCready (presente sull’album di ritorno dei Soundgarden come ovviamente Matt Cameron, tornato a “sdoppiarsi”) ed il leader Eddie Vedder, autore di Ukulele Songs e ospite d’onore nel lavoro ultimo e conclusivo dei R.E.M.

Con la super visione e la produzione del collaudatissimo Brendan O’Brien esce finalmente Lightning Bolt, decimo titolo della longeva band di Seattle. La genesi del disco è stata lenta e progressiva, il gruppo si è preso tutto il tempo necessario, lavorando senza assilli, basti pensare che il primo singolo è stato presentato lo scorso luglio.

L’innamoramento di Vedder per l’ukulele deve essere una cosa seria, non un semplice flirt, perché lo strumento abbastanza atipico in ambito rock anche in questo torna a fare compagnia al buon Eddie; certo, il mood non è quello del suo disco solista ma ad ogni modo se ne ritrova più di qualche  sporadica traccia.

Se Backspacer infatti trasmetteva il consueto alternative rock condito da qualche passaggio estremamente immediato e forse anche radio friendly, Lightning Bolt invece indugia tra le coordinate cui è da sempre incline il gruppo ed altre, più intime ed acustiche, appannaggio del Vedder solista.

Tra parentesi la line up in questo caso registra l’allargamento al piano e le tastiere di Boom Gaspar che diventa così membro aggiunto a tutti gli effetti. Dodici i brani che compongono questo lavoro, della durata di poco più di tre quarti d’ora; i testi sono tutti firmati da EV, mentre come al solito la musica è firmata a turno da tutti i musicisti, eccettuato Cameron.

Tre, a mio avviso, i momenti topici del disco, Parto dal fondo e cito Future Days, una ballata degna di stare al fianco delle migliori della band. Vedder imbraccia l’acustica ed è magia; accompagnato dal violino di Ann Marie Calhoun e, in sottofondo, dal piano suonato per l’occasione da Brendan O’Brien, sciorina una prestazione di assoluto valore.

Poi è il turno di Sirens, musica di Mike McCready, un’altra ballad (questa volta in mid-tempo) che ha la capacità di ricreare le stupende atmosfere care ai PJ, arrivando dritta al cuore grazie anche ad un bel solo del chitarrista.

Sul versante più tirato e rock infine si segnala il singolo Mind Your Manners, breve ma esplosivo come una fucilata e che rimanda davvero ai primordi (grande McCready). Poi, a mio modo, di vedere la qualità scende pur restando sempre di buon livello.

Così l’iniziale Getaway, tipico giro ma scontato così come per la title track, quasi “stones” nel riff di chitarra. Efficace e pungente il rock blues di Let The Records Play,  Poi tre brani nei quali il peso del front man si fa particolarmente sentire. Pendulum (musica di Ament Gossard) è uno dei più classici e disperati passaggi, impreziosito dal suono della slide. La breve e semi-acustica Sleeping By Myself (100% EV) ed infine Yellow Moon, grande intensità e calore per una ballad musicata da Jeff Ament.

My Father’s Son vede un gran lavoro della ritmica e denota molto impeto. Infallible suona come un bell’episodio del repertorio più classico; Swallowed Whole gira bene ma complessivamente pare un pò fiacca, riuscendo a riscattarsi nella parte terminale..

La prima impressione, confermata in seguito dai successivi ascolti, è che con Lightning Bolt ci troviamo davanti ad un buon disco, curato e a grandi linee nel solco della band ma il sacro fuoco…è andato spento. Sin qui niente di trascendentale, nel senso che dopo tanti anni di carriera è assolutamente normale smarrire quella carica “agonistica” presente nei primi lavori. Ciò che meno mi convince invece è la scelta, spesso effettuata, di smorzare troppo i toni, di annacquarli in alcune occasioni. E’ indubbio che la mente e la personalità del front man siano preponderanti ed ognuno di noi, musicista o meno, vive del proprio sentire; in questa circostanza però avrei preferito un impatto diverso. Magnifici passaggi intimi o addirittura acustici, mancano però quel paio di veri “graffi” elettrici che hanno reso proverbiali i Pearl Jam. Resta una valutazione positiva ma con meno entusiasmo di altre uscite, il “fulmine” pare un pò distante…

Max

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