frontE’ trascorso meno di un anno e mezzo dall’uscita di Banks of Eden ed i Flower Kings sono di nuovo ai nastri di partenza con il loro dodicesimo lavoro, Desolation Rose.

La penultima uscita ci aveva recapitato una band svedese in gran forma (Numbers Rising the Imperial da brividi !), con il nuovo e giovane batterista, Felix Lehrmann subito perfettamente integratosi nel corpo del quintetto svedese. Avevo avuto modo di dire anche che tra le pieghe dei suoni si percepiva, a sprazzi, un certo indurimento, fattore abbastanza inusuale per Roine Stolt e compagni almeno in questa veste.

Da questo punto di vista Desolation Rose come vedremo potrà anche sorprendere, un paio di passaggi in particolare attirano l’attenzione proprio per la loro spigolosità; tutto ciò è dovuto in parte alle tematiche trattate che vanno dalla guerra ai conflitti e fanatismi religiosi, ed alle modalità, spesso faziose e di parte, che utilizzano i media ed i governi nel diffondere le informazioni.Sotto l’egida di InsideOut prende forma dunque un album diviso in dieci tracce che in definitiva pone l’accento sul lato più oscuro, se vogliamo, dei Flower Kings. Chiaramente non mancano assolutamente i brani più aderenti allo stile del gruppo ma se in Banks of Eden si  era già intravisto qualcosa al riguardo, in questa occasione la sensazione diventa più nitida e palpabile.

I testi in questo senso parlano chiaro, vi si riscontrano rabbia, denuncia, sarcasmo; sono lucidi e graffianti, una reale fotografia di certe situazioni negative e stagnanti e del malessere delle persone, spesso passive e rassegnate. Ecco che dunque l’abituale symphonic prog della band si rivela stavolta non per intero, innervato o addirittura sublimato in alcuni episodi da un suono più arcigno.

A rassicurare la solida base dei fans rimane comunque l’uso massiccio di tastiere vintage (Mellotron, Minimoog, Hammond, ecc..) e gli immancabili solo della chitarra di Stolt.

Anche la durata ed il “minutaggio” dei brani in questo frangente subisce una revisione; non c’è la suite infinita ma comunque è presente una robusta mini suite introduttiva, accompagnata da brani di una durata medio-corta all’infuori di uno.

Addentrandoci nell’ascolto è proprio Tower One a fare gli onori di casa; poco meno di 14 minuti nei quali si possono ritrovare tutti i connotati più tipici della band. Un angelo, dall’ alto di una torre non meglio precisata, osserva impotente tutte le storture e gli orrori del mondo. Un passaggio assolutamente epico, forse il più FK dell’intero disco, con le tastiere di Tomas Bodin protagoniste, il basso pulsante e profondo di Jonas Reingold a supportare il drumming sempre più maturo di Felix Lehrmann. La chitarra (e la voce) di Hasse Fröberg a supportare ritmicamente l’estro ed il solismo di Stolt, come sempre impegnato anche al cantoUna seconda parte più strumentale, estremamente ritmata si avvia poi verso una sezione conclusiva maestosa, riprendendo il tema iniziale in un crescendo da pelle d’oca e con la gemma del solo finale di RS.

L’eco della pioggia e di un temporale precedono l’inizio di Sleeping Bones in cui il lavoro di basso e batteria si erge subito mattatore. Andamento oscuro e cadenzato, quasi maligno; sezione terminale più corale e aperta.

Piano e tastiere dominano l’incedere di Desolation Road ma ben presto le sonorità del tempo che fu lasciano spazio ad un inedito groove in cui si evidenzia una volta di più il talento di Jonas Reingold; pezzo particolare, abbastanza fuori dai canoni usuali del gruppo. Molto belli ed insoliti gli intrecci tra le chitarre.

Si arriva dunque al primo passaggio “shock” e cioè White Tuxedos; il testo si apre citando brani di un discorso di Richard Nixox, a testimoniare uno dei peggiori esempi di cattivo decisionismo ed informazione manipolata. Se l’efficacia delle parole rimane indiscutibile è indubbio che, dal lato musicale, qualche perplessità sorga spontanea. Un momento musical-teatrale, grazie al coro, un tempo che pare fare a cozzi con il mood per il quale il combo è conosciuto. Un’atmosfera cupa e quasi spettrale interrotta saltuariamente da un break totale, cambio assoluto di scenario vocale e sonoro che personalmente, anche mentre scrivo, non mi convince nonostante il prodigarsi conclusivo di Stolt alla chitarra.

Con The Resurrected Judas si ritorna su coordinate più abituali; una chitarra acustica in primo piano, accompagnata dalle tastiere, fanno da cornice alla voce di Roine per una dolce e romantica melodia. Il pathos gradualmente sale di tono sino all’ingresso simultaneo dell’elettrica, basso e batteria; una pausa, sospesa, il piano ed un cambio di ritmo avviano una seconda parte più mossa in cui chitarra e tastiere si alternano alla guida, sostenute da una ritmica solida e variata. Il finale regala emozioni di marca symphonic prog.

The Silent Masses torna su ritmi stretti, con un cantato corale. Reingold disegna linee piene e propulsive, molto presenti ma il pezzo, almeno per la prima metà, risulta abbastanza ripetitivo. Un provvidenziale solo di chitarra cerca di rimuovere un pò di apatia ma nel complesso, è una traccia che non mi entusiasma. Sicuramente meglio la seconda parte.

Gran tiro e colori dark per Last Carnivore, una grande prova del batterista tedesco. Notevole l’interpretazione vocale che cerca di colorare al meglio il pezzo.  Buono l’incrocio tra melodia e ritmo e l’inserto solista del front man.

Secondo passaggio “shock” è sicuramente Dark Fascist Skies; il titolo di per sé spiega tante cose e dunque la musica non può essere da meno. I suoni si fanno quasi brutali, le sensazioni che ne derivano cupe e fosche. Pur se dotato di un  movimento incessante anche questo, credo, sarà un pezzo che farà discutere, molto al di fuori dell’usuale seminato dei Flower Kings.

Due brevi tracce a chiudere, la prima (Blood Of Eden) riporta la band su sentieri più tranquilli e melodici mentre l’altra (Silent Graveyards) è il vero e proprio sigillo di chiusura del lavoro, il gran finale atteso.

Tower One (su tutte), The Resurrected Judas e Blood Of Eden sono imperdibili. Per il resto a mio vedere si resta…tra color che son sospesi. Il talento musicale espresso viene una volta di più confermato, di insieme e di ogni singolo musicista. Questo lato più “in ombra” dei Flower Kings però necessita di tempo per essere assorbito e, comunque, arriva a corrente alternata. Un album che segna una forte sterzata dal precedente  ma che, devo dirlo, non mi fa impazzire.

Max

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