frontRiprende il volo Ayreon, l’astronave musicale guidata da Arjen Anthony Lucassen. Cinque anni dopo 01011001 e con in mezzo l’uscita del suo secondo album solo (Lost in the New Real  2012), tocca di nuovo ad InsideOut pubblicare l’ottavo e nuovo capitolo del progetto dal titolo The Theory Of Everything.

Da un punto di vista strutturale nulla cambia rispetto al solito, il palinsesto viene rispettato; un concept in formato doppio costellato di molte presenze davvero illustri, sia per quanto riguarda il canto che, in particolar modo in questa occasione, per quanto attiene agli strumenti.

Il polistrumentista e produttore olandese come sempre non bada al risparmio per mettere in scena la sua ennesima visione, seguendo quello che ormai è diventato più o meno uno schema: due cd, in questo caso per quattro suite o, se si preferisce, quattro movimenti che vanno a completare la stessa opera.

The Theory Of Everything inaugura però una nuova fase, essendo ambientato nel mondo reale e non nella fiction fantascientifica. Una rock-opera di un’ora e mezza, frammentata in ben 42 episodi complessivi; la suggestiva copertina è ad opera delle sapienti mani di Jef Bertels.

La torrenziale creatività di Lucassen si avvale come sempre di grandi firme dell’olimpo musicale; da Rick WakemanKeith Emerson, da Steve Hackett Jordan Rudess (cui sono affidate delle parti soliste), dal fidato batterista Ed Warby alle cornamuse di Troy Donockley dei Nightwish. Il mastermind si riserva chitarre (acustica ed elettrica), basso, synth, Hammond e mandolino.

Ben nutrito, come da copione, pure il reparto vocale che annovera tra gli altri JB (Grand Magus), Cristina Scabbia (Lacuna Coil)Tommy Karevik (Kamelot),  Marco Hietala (Nightwish) e John Wetton ! Da ricordare pure la meno nota ma efficace Sara Squadrani (Ancient Bards). Quantitativamente le voci sono meno che in precedenza ma tutte di gran livello.

Essendo i brani estremamente brevi o comunque di una durata limitata, preferisco descrivere a grandi linee ogni singolo movimento.

CD 1 – Phase I: Singularity

Prende il via la storia di The Prodigy (Tommy Karevik), un giovane prodigio in ambito matematico che comincia a lavorare alla “teoria del tutto”. Le voci di JB Christoffersson (The Teacher) e Sara Squadrani (The Girl), dopo il consueto prologo, aprono la passerella dei personaggi; seguiranno Tommy Karevik (The Prodigy), Cristina Scabbia (The Mother), Marco Hietala (The Rival).

Molto difficile evidenziare singolarmente i brani; a mio avviso comunque passaggi da rimarcare rimangono The Theory of Everything part 1 con il flauto suonato da Jeroen GoossensThe Prodigy’s World (bella prova di Karevik), Love and Envy e sopratutto la strumentale Progressive Waves che vede in azione Keith EmersonJordan Rudess impegnato al Continuum.

CD 1 – Phase II: Symmetry 

Sale in cattedra Rick Wakeman e si aggiunge il personaggio interpretato da John Wetton (The Psychiatrist). L’inedito duo si rivela in Diagnosis, poi il biondo ex Yes si ripete nella brevissima Surface Tension. Ottimo il passaggio electronic/prog metal di Quantum Chaos. 

CD 2 – Phase III: Entanglement

Sezione maggiormente orchestrale e magniloquente, Le tastiere, di ogni tipo, dominano incontrastate come in Collision Frequency Modulation; tanto pathos ed atmosfera in Side Effects (un John Wetton magico), passaggi strumentali cinematografici come String Theory.

CD 2 – Phase IV: Unification

Quarta ed ultima sezione, suite finale dai toni epici. Una partenza lenta e morbida come Mirror of Dreams viene seguita da un crescendo costante e progressivo. The Parting regala nel finale uno stupendo intervento di Steve Hackett. The Breaktrough si offre con un gran tiro, dopo di che si va verso la conclusione (sgonfiandosi un pò) con la terza parte della title track e la reprise di The Blackboard in veloce sequenza.

Come sempre il lavoro confezionato da Arjen Anthony Lucassen mette in luce la sua genialità e preparazione. Questo nuovo episodio a nome Ayreon in verità si discosta in parte dalla produzione precedente, ci sono minori spazi per passaggi epici e corali per lasciare posto ad una maggiore cura e valenza del particolare. Come ho cercato di spiegare non è possibile valutare ogni singolo frammento, diciamo che in linea generale le sezioni che più mi hanno entusiasmato sono la prima e la terza. Un plauso a tutti i cantanti ed uno particolare alle “nostre” due ragazze, senza dubbio all’altezza del compito.

Siamo davanti ad una rock opera, dunque questa va valutata nella sua globalità; a me è piaciuta anche se, a dire il vero, la frammentazione dei pezzi mi è parsa eccessiva ed in qualche modo ne svilisce parzialmente l’ascolto.

Max

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commenti
  1. Alex ha detto:

    HO Letto in diverse recensione questo discorso sulla frammentazione dei testi. o messo l’album sul mio hd, trascinato tutte le tracce della prima suite e premuto play, non si sentono stacchi tra una traccia e l’altra e il flusso e continuo, in altre opere strutturate in questo modo lo stacco tra una traccia e l’altra si sentiva ed era devastante. ma se lo stacco non si sente che differenza fa in quante tracce è divisa? certo che cmq non vedo il senso di questa divisione piuttosto che 4 suite legate. i brani presi singolarmente hanno poco senso.

    • Max ha detto:

      Infatti ho cercato di considerare le 4 suite, le quali a loro volta fanno parte del tutto. La suddivisione in 42 frammenti sta a rappresentare in pratica altrettante scene o momenti, appannaggio dei diversi protagonisti. Tra l’ altro il numero non è casuale come ha spiegato lo stesso Lucassen. Dunque si considera l’intero anche per la brevità dei segmenti i quali però hanno un preciso significato.

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