frontNon sono molti i gruppi ad avere cominciato con il piede giusto sin dai primi due album, tra questi ci sono senz’altro i norvegesi Airbag, autori di  una doppietta sfolgorante (Identity nel 2009 e All Rights Removed nel 2011).

Posto che al giorno d’oggi è diventato molto difficile inventarsi un genere e forse anche un sound, esiste però la possibilità di trasferire nel nostro tempo parte delle lezioni del passato cercando di imprimervi un’impronta quanto più personale (e qui sta il difficile). Il quintetto scandinavo è riuscito da subito nell’impresa grazie ad un sapiente mix di tecnica e gusto, concedendosi lunghi solo di chitarra e paesaggi sonori ampi e di largo respiro.

E’ evidente che le loro radici vadano a prendere ispirazione nell’immenso bagaglio sonoro dei Pink Floyd come è altrettanto chiaro che pure i Riverside rappresentino il modello di riferimento più attuale ma resta il fatto che dalla loro musica trapela un qualcosa di definito, di compiuto, delle sensazioni ormai tipicamente…Airbag.The Greatest Show on Earth è il titolo del loro terzo e nuovo lavoro, sempre su etichetta Karisma Records; line up immutata rispetto alla precedente uscita e immutata è la magia che scaturisce dalle atmosfere create, dove le melodie velate di malinconia sono sempre impreziosite e supportate da arrangiamenti curati ed avvolgenti, così come dai bellissimi solo della chitarra spesso “gilmouriana” di Bjørn Riis.

Non mi stanco di insistere su quest’ultimo aspetto perché credo che in ambito new prog o comunque post rock (come meglio si vogliano collocare gli Airbag) si sia persa da qualche anno la volontà di mettere in risalto la chitarra, se non per brevissimi momenti; nel panorama complessivo ci sono tuttora band che fanno eccezione ed è piacevole notare come i nostri intendano insistere su questo percorso.

Il suono di The Greatest Show on Earth dunque ricalca il tracciato conosciuto anche se, a ben vedere, qua e la emerge qualche lieve appesantimento, qualche increspatura cercata probabilmente per darne una migliore caratterizzazione.

Il disco si compone di soli sei pezzi per una cinquantina di minuti: una lunga suite, divisa in tre parti (ma in due tracce) apre e chiude il lavoro, riproponendo all’incirca dunque il modello di All Rights Removed; così è il primo e breve frammento della suite Surveillance ad aprire le danze, uno strumentale possente e poi aereo, sospeso.

Prima traccia interamente strutturata è la successiva Redemption; un avvio cupo e claustrofobico, punteggiato dalle ossessive note del basso di Anders Hovdan viene poi raddoppiato dall’ingresso della batteria (Henrik Fossum) e delle tastiere ( Jørgen Hagen).Una marea montante di suoni, lenta ed inesorabile come è nello stile della band, si alza man mano sino a divenire impetuosa. Le chitarre di Riis e di Asle Tostrup (voce del gruppo) cominciano a farsi sentire; il brano che per tre quarti almeno diventa forse uno dei più duri e scuri nella storia degli Airbag, nel finale si tramuta, cambia pelle, andando ad incanalarsi verso un tracciato più morbido grazie al primo (irresistibile) solo di Bjørn Riis.

In un crescendo oramai avviatosi giunge la prima perla, Silence Grows, poco meno di sei minuti di floydiana memoria accompagnati dalla morbida voce di Tostrup; insisto, il concetto di “derivativo” è ormai assodato, la differenza la fa il risultato finale degli sforzi messi in campo. Ascoltare il lungo e immaginifico solo di chitarra qui presente, l’accompagnamento e l’arrangiamento che gli ruotano intorno, credo possa dare la misura esatta di ciò che intendo.

E’ il turno di una mini suite, Call Me Back. La fase introduttiva, placida, si muove sul timbro del cantante ed i meravigliosi ricami di tastiere e chitarra in sottofondo. Ancora una volta il pathos aumenta nota dopo nota, accordo dopo accordo, un flusso continuo e progressivo. Una fase di attesa, prima della metà, prelude ad un nuova esplosione affidata come sempre alla chitarra, liquida e sognante.

La title track torna a disegnare un quadro più mosso ma, comunque, sempre marcato dalla consueta aura malinconica. La seconda metà del brano vede ancora protagonista la sei corde di Riis per un passaggio entusiasmante. Suoni che arrivano al cuore, senza fare troppi giri, questa è probabilmente la forza della band.

Surveillance (part 2-3) va a chiudere il cerchio con i suoi diciassette minuti. Un inizio lento, guidato dal piano, su cui si innesta il canto di Tostrup; un sontuoso tappeto di keyboards e un groove pastoso e cadenzato provvedono al resto. Grande atmosfera, sino ad arrivare al primo break di chitarra. La seconda metà si prospetta inizialmente più aggressiva e compatta con suoni graffianti; segue un lungo interludio quasi attendista, scandito da un breve arpeggio. Lentamente riparte il duo ritmico e con esso si va a tracciare di nuovo la melodia guida, sferzata dall’ennesimo intervento della chitarra.

Poche volte ho avuto questa sensazione ascoltando un nuovo album e cioè che se fosse durato una mezz’ora in più mi avrebbe fatto solo piacere. Bravi e complimenti, gli Airbag con The Greatest Show on Earth vanno a completare un ottimo tris di dischi, difficile fare meglio. Forse non sarà “il più grande spettacolo sulla terra”, probabilmente nel prosieguo dovrà intervenire qualche elemento nuovo ma, allo stato attuale, va decisamente bene così.

Max

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