SE_CD_DPS-Q5.qxdNon mi accade spesso di imbattermi in un album per qualche motivo “difficile” ma questo è sicuramente un caso tra quelli. A Billion Years of Solitude è la terza fatica dei Sky Architect e ancor prima di decantarne pregi e difetti devo sottolineare come siano autori di musica interessante ma decisamente poco malleabile.

Per chi non li conoscesse, volendo al solito cercare di incasellarli in un genere, si può indicare la loro proposta come heavy prog, dove le evidenti influenze progressive sono spesso accompagnate da un chiaro appesantimento del suono.

Il quintetto di Rotterdam come accennavo giunge così alla terza prova, considerata spesso come quella decisiva; sin qui tre uscite a cadenza biennale che a mio avviso hanno denotato una progressiva e costante maturazione, fermo restando che la loro musica necessita di ascolti “dedicati”.ÄnglagårdPain Of Salvation e Flower Kings da una parte, King Crimson e Yes da un’ altra; queste le muse ispiratrici che sento più vive dentro la proposta della band olandese. Provare idealmente a miscelare tra loro questi diversi input può già fornire una traccia, anche se di massima, di quanto articolate e complesse siano le loro sonorità; dunque si trovano gran tecnica e predisposizione verso un song writing corposo ed impegnativo, buona padronanza nell’arrangiare ed “arredare” il sound.

La formazione, solida e stabile, vede Tom Luchies (voce e chitarra), Wabe Wieringa (chitarra), Guus van Mierlo (basso), Christiaan Bruin (batteria), le infinite tastiere ed i fiati di Rik van Honk. 

A Billion Years of Solitude viene pubblicato per Galileo Records; un’ora di musica scandita da sette brani di cui tre (uno in particolare) piuttosto lunghi. La storia prende spunto dalla fantascienza in voga tra gli .anni ’50 e ’60, nel futuro di una galassia profondamente mutata.

E’ proprio la suite The Curious One (18 minuti) a fare da battistrada con una lunga introduzione ispida e quasi noise di circa tre minuti. Atmosfera space rock che gradualmente lascia il posto prima d un arpeggio di chitarra e poi alla voce dolente di Tom Luchies. Toni caldi e soffusi, tinte pastello che vengono successivamente cancellate da un totale cambiamento di scenario sonoro; la trama si infittisce, il drumming avanza a colpi di variazioni continue, il basso di van Mierlo si ritaglia degli spazi decisivi con linee cupe e massicce. Le tastiere (mellotron su tutte) conferiscono un ulteriore alone di drammaticità mentre poi è il suono distorto della chitarra a richiamare quello di Fripp, prima del gran finale che va a riallacciarsi al tema iniziale.

Wormholes (The Inevitable Collapse Of The Large Hadron Collider) si presenta da subito con suoni angolari, acuminati; gran ritmo e velocità di esecuzione a fronte di passaggi tutt’altro che semplici. Se musicalmente sono pressoché ineccepibili Sky Architect difettano un poco a mio avviso nella voce di Luchies, spesso monocorde.

Altro buon episodio è Tides, breve ma davvero intenso con una buona linea melodica, la giusta armonia ed il singer che in questa occasione ne esce meglio, forse meno compresso dalla mole di suoni che rimane comunque non indifferente.

Un ulteriore lungo momento è rappresentato da Elegy Of A Solitary Giant, pezzo che più degli altri a mio avviso richiede attenzione. Poche o nessuna concessione al facile ascolto, un quadro fitto di particolari e sfumature la cui comprensione non può essere istantanea né relegata perché ne va del senso complessivo del brano.

Molto breve, Jim’s Ride To Hell ha il pregio di possedere una forza ed una carica incredibili; basso e batteria disegnano traiettorie impossibili, “sfuggendo” al controllo della chitarra e delle tastiere.

Revolutions prosegue in qualche modo il discorso di Elegy, rendendolo più morbido poi con un inserto lievemente melodico e tenue. La seconda parte si apre maggiormente, pur evidenziando ancora una lotta serrata tra la ritmica da un lato e chitarra, tastiere e voce dall’altro.

Traveller’s Last Candle, altro blocco di granito, completa e chiude il lavoro. La presenza vocale prende quota, un’atmosfera tetra e minacciosa aleggia tra le note per i primi minuti sino all’ingresso di un sentimento diverso, più disteso. Una brusca partenza, come un velo squarciato, da il via alla seconda parte, complessa e ruvida in un primo momento e poi più diretta ed immediata grazie al lavoro della chitarra davvero pregevole. Finale che di nuovo, in modo convulso, riprende le coordinate iniziali.

Sky Architect con il loro nuovo album si confermano come una delle band più particolari e, se vogliamo, introverse della scena attuale. A Billion Years of Solitude si rivela alla fine come il loro migliore lavoro, innervato di ottima tecnica e di un sapiente mix di intuizioni, passate ed attuali; il risultato è un CD sicuramente interessante e degno di nota ma, come detto, non è molto intuitivo e richiede tempo per essere assimilato.

Max

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