frontQuando giusto due anni fa Michael Schenker era riapparso sulla scena con Temple of Rock ne avevo salutato con simpatia il ritorno, pur alla luce di un lavoro discreto ma non trascendentale.

Un tour mondiale è seguito alla pubblicazione del disco, a sancire il ritrovato equilibrio psico-fisico del chitarrista di Hannover ed una rinnovata energia musicale.

Le tematiche, i riff ed i solo sono rimasti quelli dell’ heavy metal caro all’ ex ScorpionsUFO e quindi, al giorno d’oggi, con addosso un lieve strato di polvere depositato dal tempo; una vena compositiva ritrovata però ha fatto sì che Temple of Rock non solo avesse un prosieguo ma divenisse addirittura il nome della nuova formazione guidata dall’ axe man tedesco.Bridge the Cap è dunque il titolo del  nuovo CD; tredici brani in perfetto stile, co-prodotti da Michael Voss e suonati con tanta grinta in compagnia dei due ex Scorpions Herman Rarebell (batteria) e Francis Buchholz (basso), Wayne Findlay (chitarra 7 corde e tastiere) ed infine dell’ex Rainbow e Y. Malmsteen Doogie White come voce solista (nonché autore dei testi); giusto notare come i tre “scorpioni” si ritrovino insieme per la prima volta dall’ ormai lontano Lovedrive (1979 !).

Tanta buona volontà e gas spalancato, dalle prime battute sino alle note di chiusura. La vecchia intesa si rinsalda al meglio, come del resto non sfugge il sostanzioso lavoro della seconda chitarra e l’impegno costante cui è sottoposta l’ugola del singer.

Tra i momenti migliori segnalo (in ordine sparso) Rock’ n Roll Symphony, probabilmente il pezzo dotato di maggiore tiro ed in grado di regalare le sensazioni più positive. Horizons presentata in anticipo sull’ uscita del CD, altro brano lanciato in velocità e dotato di un refrain piuttosto melodico ed immediato.

Lord Of The Lost And Lonely si segnala per la giusta dose di “cattiveria”, Land Of Thunder è il classico “pallettone” sparato a tutta forza, Temple Of The Holy è in definitiva il manifesto sonoro del disco. Black Moon Rising  risulta epica e sinfonica.

Tutto il resto testimonia grande mestiere ed impegno, con sonorità al solito dure ma al tempo stesso inclini al lato melodico. Si tratta si un “metallo” molto ben eseguito, con tecnica e gusto ma che oramai comincia a suonare datato.

Un pò come nel capitolo precedente si alternano dunque momenti di vero furore e ferocia heavy metal ad altri che invece scontano l’inesorabile scorrere del tempo. Va dato atto a Michael Schenker di essere sempre in linea con sé stesso ed il proprio sound ma proprio questo, ahimè, diviene al contempo un limite. Complimenti dunque per la coerenza ma Bridge the Gap in realtà funziona un pò a sprazzi e, tranne qualche episodio, temo non lascerà tracce indelebili.

Max

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