frontL’impianto sonoro, lo schema della scaletta, la formazione: tutto viene confermato dai Royal Hunt per il loro dodicesimo e nuovo lavoro intitolato A Life To Die For

Il ritorno di D.C.Cooper al microfono dunque è diventato un dato certo, così come la conferma di Jonas Larsen nel ruolo di chitarrista. Vengono così a mancare elementi di novità rispetto a Show Me How To Live uscito giusto due anni fa ma questo si tramuta in un elemento positivo per il quintetto danese; fermo restando il sound, sempre diretto verso le conosciute ambientazioni symphonic power metal, la sensazione di coesione che ne scaturisce si è sensibilmente elevata.

I punti di forza di Andre Andersen e compagni sono ormai ben noti, come del resto i limiti; in questo caso ho l’impressione si sia lavorato particolarmente su questi ultimi, con risultati però altalenanti.Non mancano quindi gli ampi inserti melodici, le parti epiche enfatizzate all’occorrenza da un coro , una sezione di quattro violini ed una di fiati; non possono mancare perché fanno parte del DNA della band e del genere stesso ma in questo caso certe pomposità, certe ampollosità talvolta forzate sono state ridotte, limitate. Andre Andersen ha puntato la produzione ed il suono delle sue tastiere su un piano di maggiore scorrevolezza, senza per questo perdere di vista le coordinate principali del gruppo.

L’impatto di A Life To Die For, pubblicato da Frontier Records, è senza dubbio positivo proprio grazie a questo tipo di accortezze; il timbro di D.C.Cooper contribuisce da par suo, il ruolo delle orchestrazioni è certo ben presente ma meno rilevante (e forse invasivo) che in passato, per degli arrangiamenti in definitiva ricchi ma non roboanti come in altre circostanze. Tuttavia…

Una rapida carrellata dei brani compresi deve cominciare da Hell Comes Down From Heaven, non solo perché è la traccia iniziale ma anche perché segna uno dei punti più alti del disco. Oltre nove minuti introdotti da una epica e lunga sezione strumentale cui segue ovviamente l’ingresso di D.C.Cooper, efficacissimo nella sua parte. Molto belli alcuni passaggi dei quattro violini presenti e, da non perdere, il primo solo incendiario di Jonas Larsen. Il crescendo vocale del cantante, nella parte finale, è da manuale.

La voce femminile di Alexandra Popova apre brevemente per A Bullet’s Tale, uno dei passaggi più tipici del gruppo dove forse è ancora presente una certa inclinazione alla ridondanza; uno sfavillante solo della chitarra rompe momentaneamente il vorticoso andamento che poi riprende sino alla fine.

Suoni inquietanti presentano Running Out Of Tears; in realtà il brano ben presto evolve verso sponde easy, caratterizzate da un ritornello fin troppo “catchy” e radiofonico. Al solito con i Royal Hunt si presenta questo tipo di situazione, dove si passa costantemente da pezzi strutturati e di maggior peso ad altri fiacchi da un punto di vista melodico.

One Minute Left to Live riporta in alto il sound, poggiando come di consueto su possenti segmenti orchestrali che ben si compattano con il suono della band. Ancora una volta notevole la prova vocale di D.C.Cooper.

Una power ballad, Sign Of Yesterday, segna a mio avviso il punto più basso dell’album. Piatta, prevedibile, fragile nella melodia e nei cori (terribilmente scontati); l’impasto dei suoni non è da buttare via ma nel complesso la trovo davvero deludente e a poco vale il tentativo di Larsen di nobilitarla con un solo al fulmicotone.

Si prosegue. Won’t Trust, Won’t Fear, Won’t Beg ha il merito di cancellare il precedente passaggio. Un’altra ballata, questa volta figlia di un buon song writing, equilibrata nelle parti e ben calibrata. Non ci sono concessioni mielose ma una costruzione solida e coinvolgente, con buoni momenti musicali.

La title track completa la scaletta ed assolve al compito in modo egregio, andando quasi a recuperare il livello di Hell Comes Down From Heaven. Andreas Passmark (basso) e Allan Sorensen (batteria) offrono qui una delle loro migliori prestazioni, per una groove pastosa e continua. Certo, il refrain non è il massimo dell’originalità ma il pezzo, complessivamente, gira bene, con un finale maestoso.

Un album dall’andamento ondivago, A Life To Die For offre alcune indicazioni ma non risposte definitive. Tutto quanto di buono e conosciuto dei Royal Hunt viene assolutamente confermato, su quelli che sono i confini della loro musica hanno indubbiamente lavorato e, se da un lato alcuni eccessi sono stati mitigati, da un altro alcune “debolezze” melodiche invece si sono puntualmente riproposte.

Max

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