Dead Heroes Club Everything Is Connected 2013

Pubblicato: dicembre 4, 2013 in Saranno famosi
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coverProvengono da Derry City, Irlanda del Nord, presentano il terzo album della loro discografia intitolato Everything Is Connected ma sinora di loro si sapeva non più di tanto. Le tre uscite sono state infatti estremamente diluite nel tempo, se si pensa che l’esordio data 2004 (Dead Heroes Club) ed il secondo episodio 2009 (A Time of Shadow).

Con questo nuovo lavoro i Dead Heroes Club tentano di farsi conoscere fuori dal Regno Unito, operazione che sin qui è riuscita loro solo in minima parte e questo nonostante delle buone idee ed un livello tecnico comunque non indifferente.

Il neo prog inglese, la scena polacca e qualche richiamo alle indimenticabili band dei ’70 (Genesis, Jethro Tull e Pink Floyd dichiarati): queste le matrici sonore fonti di ispirazione per il quintetto ma è indubbio che vi sia un tocco personale in aggiunta che risulta decisivo per suscitare interesse.L’elemento di personalizzazione non è facile da definire, risiede di certo nel timbro catalizzante del cantante Liam Campbell, in parte nell’uso pronunciato di chitarra e tastiere accompagnato da una ritmica piuttosto dinamica e presente, in una scelta dei suoni solo all’apparenza scontata.

Comunque sia ne esce un album gradevole, a confermare che la scena new prog della Gran Bretagna, pur ancorata a certi dettami, è tutt’altro che morta e capace ancora di produrre dischi di buon calibro.

Melodie soffuse, talvolta malinconiche, si accostano spesso ad arrangiamenti calibrati ma anche possenti, lasciando fluire le emozioni, costruendo così poco alla volta un sound abbastanza distintivo.

Su etichetta  Whiteknight Records esce dunque Everything Is Connected, una cinquantina di minuti divisi in sette tracce che a mio parere meritano più di un ascolto.

Il già citato Liam Campbell (voce e chitarra acustica), Gerry McGerigle (chitarre), Chris Norby (piano e tastiere), Wilson Graham (basso) e Mickey Gallagher (batteria) tessono una trama sonora ricca di spunti, scorrevole e al tempo stesso curata; rispetto al Cd precedente qualche concessione sinfonica in meno ma una unità ed una interconnessione tra i brani migliore.

In rapida sequenza si comincia con The Hunger, un pezzo in parte colorato da tinte scure con un basso assolutamente protagonista. Un ritmo inaspettato prende possesso della scena mentre la voce di Campbell a sprazzi ricorda da vicino quella di Fish. Molta groove, tanto tiro ma non mancano variazioni e cambi di tempo.

Truth, un trionfo di atmosfera grazie ad un perfetto arrangiamento, un bel bilanciamento tra gli strumenti ed il timbro del cantante che, mi ripeto, a momenti si avvicina davvero a quello del “pesciolone” dei tempi belli. Ottimo anche l’impasto con le backing vocals ed un’aura sognante dipinta da piano e chitarre acustiche. Un piacevole ritmo di fondo impreziosisce il brano.

Dieci minuti netti, tanta è la durata di Machine in the Garden, la traccia più lunga. Non cedono i DHC sulla lunga distanza, anzi, tirano fuori uno dei passaggi migliori, composito e ben strutturato, dove si susseguono vari scenari con una buona coesione. Una fase introduttiva piuttosto tirata lascia spazio ad una sezione più intima e sognante e poi, di nuovo, si riparte con un ritmo serrato verso un approdo più tranquillo, inframezzato da un breve solo di chitarra. Una rapida reprise del tema iniziale apre ad un finale in cui la chitarra diventa protagonista, suoni lunghi e distorti, un mood quasi psichedelico a richiamare i Floyd.

We Breathe Together vede un ampio inserto di tastiere e piano sotto i riflettori prima dell’incedere pulsante del basso. E’ poi il turno di Campbell in un crescendo di chitarra e tastiere, mentre si accavallano tra loro ritmi e situazioni diverse da un punto di vista armonico. Va sottolineata la facilità con la quale la band riesca ad unire tra loro parti melodiche intime a ritmi di matrice differente, spesso con ottimi risultati.

Exit the Queen per contro è il pezzo più breve e meno coinvolgente; una particolare sequenza di ritmi (sino quasi a lambire lo ska) si srotola senza soluzione di continuità con poche pause, episodio interlocutorio.

Sale Of The Century ricolloca le cose al giusto posto, passando sempre attraverso una ritmica non solo a supporto ma vera primattrice. Pause sospese e pregevoli crescendo melodici, grazie alle tastiere e alla chitarra acustica, fanno levitare lo spessore del brano, coniugando tra loro aneliti di Marillion Pink Floyd. Una menzione particolare al basso di Wilson Graham, molto vivo.

Chiusura romantica con Watching & Waiting Man, giocata su arpeggi ripetuti tra tastiere e chitarra, autrice questa di interventi a dir poco suggestivi. Un ottimo (quasi) strumentale ad alto voltaggio emozionale.

Sono più d’uno dunque i motivi di interesse e di sorpresa intorno al nuovo lavoro dei Dead Heroes Club; non fermarsi ai ricordi ma cercare di imprimere un qualcosa di sé è sempre meritorio, quando poi questo si fa con gusto ed attenzione la curiosità aumenta.

Everything Is Connected trova in me un sicuro estimatore.

Max

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