frontIn uno scenario musicale quanto mai globalizzato non poteva mancare anche una nuova proposta dalla Turchia; è il caso dunque dei Nemrud, provenienti da Istanbul, con la loro seconda uscita intitolata Ritual.

Il debutto è avvenuto tre anni fa con Journey of the Shaman, un concept a tutto tondo di matrice progressive; Eloy, Camel e sopratutto Pink Floyd le linee guida iniziali della band che ora ha scelto di virare con decisione verso sonorità decisamente attinenti il mondo di Waters & Co., in una caleidoscopio di note space rock, psichedeliche.

Non bisogna pensare però al consueto tentativo di imitazione, il quartetto parte da una base conosciuta per poi deviare attraverso una tangente più attuale e a noi vicina.

I nomi dei Crippled Black Phoenix oppure degli Airbag potrebbero essere quelli giusti per indicare dei riferimenti odierni ma, a differenza dei norvegesi ad esempio, i Nemrud sono meno inclini a melodie e lunghe parti di chitarra. 

Ritual è un disco piuttosto breve per gli standard odierni, una quarantina di minuti circa divisi in quattro tracce; una di queste, la title track, è una vera suite che oltrepassa i diciotto minuti.

Album molto compatto, come si può intuire sin dai primi accordi di In My Mind, probabilmente uno dei passaggi più riusciti. Suoni al limite del noise provenienti dalle tastiere di Mert Topel indugiano sino all’ingresso della chitarra, arpeggiante, di Mert Göçay. Un atmosfera cupa, quasi tenebrosa introduce la voce dello stesso Göçay per poi lasciare srotolare lentamente un andamento quasi alla Riverside. Tema principale ipnotico e ripetuto sino a metà quando un nuovo arpeggio di chitarra apre la strada ad una sezione ancor più sognante e soffice. A sorpresa i due minuti conclusivi vedono un notevole inasprimento del suono, andando ad accostarsi sempre più al psychedelic rock.

Sorrow by Oneself vive di una partenza davvero floydiana, sia nell’intreccio tra chitarra e tastiere, sia per il lavoro scarno e asciutto della ritmica formata da Aycan Sari (basso) e Mert Alkaya (batteria). Il timbro del cantante è quasi dolente e sussurrato, denso di emozioni ma al tempo stesso anche…limitato. Le tastiere disegnano figure immaginifiche nello spazio quando un’improvvisa apertura restituisce alla chitarra un arpeggio ostinato; questa sorta di dualismo si protrae sino al termine con una sensibile accelerazione del ritmo.

Poco più di un cammeo, Light è un breve episodio a fare da cuscinetto prima della suite seguente; brano in pratica in forma canzone dove ancora una volta tutto è giocato sulle sensazioni procurate da una musica molto evocativa.

La title track, con il suo “peso”, giunge a concludere il Cd. Suoni eterei e sospesi fanno da apripista all’usuale arpeggio della chitarra e alla voce, carica di dramma, di Göçay. Un cammino lento ma in progressione inesorabile prende avvio da qui, la voce del singer è oramai quella di un cantico, di un mantra. Quindi comincia una seconda fase più mossa, guidata dalle tastiere e da una ritmica più effervescente. La forza (ed il limite) al tempo stesso risiedono nell’atmosfera creata, una sorta di gabbia sonora dalla quale non è possibile uscire; un finale in crescendo melodico regala i momenti migliori, prima del reprise dei suoni introduttivi.

Indubbiamente i Nemrud hanno profuso molto impegno ed energie nella realizzazione di questo secondo titolo pubblicato da Musea RecordsRitual se vogliamo è un album ambizioso che tra l’altro rifugge dalle facili soluzioni per inerpicarsi lungo un percorso ardito e, talvolta, accidentato. Va dato merito alla band turca di provare a costruire un sound ma al tempo stesso questo a momenti pare troppo rigidamente incanalato, privo di sbocchi. La voce monocorde del cantante poi non giova più di tanto.

Una prova comunque interessante, considerando che si tratta della seconda uscita; l’auspicio è che possa avvenire una elaborazione ulteriore in tempi brevi.

Max

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