frontQuello che una volta era un super gruppo, uno dei tanti progetti paralleli intrapresi da grandi musicisti, ha oramai acquisito una certa stabilità, una propria dimensione, una sua cadenza.

Ecco dunque fresco di stampa (InsideOut) l’atteso Kaleidoscope, quarto e nuovo album dei Transatlantic; se nella prima fase (i primi due dischi) si poteva pensare ad un ottimo ma estemporaneo progetto, da The Whirlwind (2009) in poi le cose hanno preso decisamente un’altra piega.

La formazione è divenuta un’entità in pianta stabile, pur se a margine delle rispettive band di appartenenza; un gruppo che pian piano sta costruendo una propria storia ed un proprio seguito, piuttosto nutrito tra gli amanti del progressive rock e del new prog.A distanza di cinque anni  dunque da quello stupendo disco che è stato The Whirlwind (e due live nel frattempo), i magnifici quattro tornano con un Cd altrettanto lungo e poderoso, composto di soli cinque brani dei quali due sono delle suite chilometriche (25 e 32 minuti di durata).

E qui, come prevedibile, risiede il cuore dell’album. Neal MorseRoine StoltMike Portnoy e oramai anche Pete Trewavas (vedi ultimo Edison’s Children) sono musicisti avvezzi  e dediti a brani sulle lunghe e lunghissime distanze; li sanno costruire, li sanno maneggiare, riescono spesso a dilatarli senza fare sì di cadere nella noia. Lo hanno ampiamente dimostrato in passato con All of the Above, Duel With the Devil, Stranger in Your Soul, la monumentale The Whirlwind.

Il rischio però è sempre dietro l’angolo, anche per grossi calibri come quelli in questione ed il rischio non è rappresentato solo dalla noia ma anche dalla frammentarietà; gli esempi che ho sopra citato sono usciti indenni da queste trappole.

Qualche piccola perplessità, in questo caso invece, l’ascolto la suscita e vien da pensare che anche un wizard della suite come Neal Morse alla lunga possa non essere infallibile e, forse, un pò debordante; proprio in una di queste infatti, la mastodontica title track, per la prima volta a mio avviso non tutto gira alla perfezione e la sensazione di pesantezza, qua e la, si affaccia.

Ad ogni modo è bene partire dall’inizio.

Into the Blue, suddivisa in cinque movimenti, è la prima traccia di lunga durata con i suoi 25 minuti. Una Overture dolce, quasi pastorale lascia presto spazio ad un incipit sinfonico, tipico del quartetto. Da questo momento prende il via una ridda di temi musicali diversi che si incrociano, si sovrappongono, si alternano, come nella migliore tradizione della band. Mike Portnoy si fa trovare pronto da subito, accelerando, portando variazioni continue, con il suo inconfondibile drumming fatto di potenza, velocità e varietà di colpi. Un primo solo di Roine Stolt, acido e graffianteprecede e poi si alterna a quello delle tastiere di Neal Morse; una lunga e vertiginosa digressione strumentale prima dell’ingresso della voce dell’ex Spock’s Beard (The Dreamer and the Healer). L’andamento in crescendo, corale ed aperto, viene punteggiato dal lavoro di cesello della chitarra prima del ritorno al tema iniziale, con il suono dell’ Hammond in buona evidenza. Il suono cupo e minaccioso del basso di Pete Trewavas lancia il segmento successivo (A New Beginning), in cui il lavoro della sezione ritmica è assolutamente centrale; nella frazione seguente (Written in Your Heart) c’è la graditissima sorpresa della presenza (appassionata) al microfono di Daniel Gildenlöw, leader dei Pain Of Salvation. Questa è una sorta di ponte prima della conclusiva e maestosa reprise di The Dreamer and the Healer.

Suite decisamente all’altezza delle precedenti.

Giusto per tirare il fiato arriva il brano più immediato e semplice in scaletta, Shine. Una pop ballad con accenti prog, cantata da Morse (alla chitarra acustica) e, in parte, dal biondo chitarrista svedese. Pezzo di sicuro appeal, molto diretto, dalla linea melodica di pronta presa nel quale Portnoy si limita ad un lavoro di sostegno e rifinitura; spazio maggiore invece per l’elettrica di Stolt cui è demandato il compito di svariare da solista in modo coinvolgente.

Sulle rullate infinite del drummer prende il via di gran carriera Black as the Sky, cantaya da R.Stolt. Grandissimo ritmo, tiro pazzesco di una traccia perfettamente aderente al sound del gruppo; impennate improvvise culminano in vere e proprie aperture, sottolineate dalle tastiere. Di nuovo sotto i riflettori la coppia Trewavas-Portnoy, veri assi portanti in questa occasione con un dinamismo incredibile.

Beyond the Sun è il brano più breve ma non per questo meno interessante. Una pedal steel guitar ed un violoncello accompagnano in modo etereo la voce di Neal Morse, qui al piano ed in un canto accorato. Grande atmosfera, molto raccolta, quasi onirica.

Un blocco di granito, Kaleidoscope, ha il compito di terminare l’album: suite suddivisa in sette sezioni, dallo svolgimento frenetico sin dalla Overture. Molto arioso e corale il secondo segmento (Ride the Lightning) in cui la firma di Morse diventa più nitida; un solo intenso e melodico di Stolt porta a Black Gold, con possenti linee del basso e belle armonie vocali. Nuovamente il violoncello ad aprire per un nuovo assalto della chitarra elettrica mentre poi è il turno dell’acustica tracciare un nuovo stacco melodico (Desolation Days). Una miriade di suggestioni diverse convergono in questo lungo pezzo, forse troppe per riuscire a stare insieme in modo davvero organico. Una serratissima ed intricata parte strumentale (Lemon Looking Glass, nella quale ritrovo anche qualche vago lampo “zappiano” ed un Portnoy inarrestabile) precede il gran finale giocato sulla reprise di Ride the Lightning.
Kaleidoscope è un album che forse per la prima volta segna un lieve spostamento degli equilibri a favore del chitarrista dei Flower Kings e vede un parziale ridimensionamento di Neal Morse. I meccanismi sono oliati e girano alla perfezione, il talento dei quattro, sia d’insieme che singolarmente, è fuori discussione ed anche in questo frangente il lavoro collettivo regala degli ottimi frutti. Ci sono richiami ai primi album e, come, nel caso di Into the Blue, ad un progressive molto più sinfonico vicino a The Whirlwind.
Proprio l’infinita title track, a mio parere, è invece il passaggio che meno mi rapisce perché la trovo dilatata all’eccesso e poco omogenea negli infiniti spunti dei quali è costruita. Ciò detto però Kaleidoscope rimane un ottimo disco e con tanta qualità, pur senza raggiungere la perfezione.
Ricordo inoltre che per i più insaziabili esiste una special edition contenente un secondo Cd di cover, tra le quali voglio rammentare And You And I degli Yes Indiscipline dei King Crimson.
Max
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