Eden Shadow Phases 2014

Pubblicato: gennaio 31, 2014 in Saranno famosi
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frontUno strano e particolare melangé tra sonorità art rock new prog, di certo accattivante sin dal primo ascolto: questa la proposta degli inglesi Eden Shadow al debutto ufficiale con Phases, album fresco e veloce contenente otto brani e pubblicato da White Knight Records. 

Raramente mi sono imbattuto in un esordio così eterogeneo ma al tempo stesso organico e, sopratutto, efficace. I tre componenti della band sono nomi nuovi del circuito ma devo dire che dimostrano da subito una certa personalità, eclettismo ed una buona dose di gusto (che resta sempre un valore aggiunto).

A dire il vero esiste al loro attivo già un EP (Hail del 2012) che però non conosco.

Ryan Elliott (chitarra, voce, tastiere e mente della band), Alex Broben (basso e tastiere) e Tom Burgess (batteria, moog) sciorinano una buona varietà di idee e capacità sufficienti per tenerle insieme, tanto da arrivare a coinvolgere in un brano il flauto del mitico Nik Turner degli Hawkwind. Colpisce sopratutto che tre musicisti così giovani (sono tutti del ’92 !) siano già in grado di proporsi a questo livello che, personalmente, ritengo non da poco per una band alla prima esperienza concreta.

Brani strumentali, cantati, alcuni anche di una durata piuttosto rilevante, si alternano (piacevolmente) rifuggendo spesso da canoni prestabiliti e comunque da un solo riferimento; gli spunti, gli agganci sono molteplici e mutevoli, in costante divenire a secondo del brano preso in esame ma comunque tesi a formare un insieme ben amalgamato.

Passando rapidamente all’ascolto: si comincia con First Phase, atmosfera quasi lugubre nelle battute iniziali che trova poi l’ingresso quasi “floydiano” della chitarra. Un ritmo morbido, suadente, dei bei cori e la sei corde che lavora un suono molto pulito; proseguendo questo suono si sporca, si impasta con un ritmo più deciso e martellante, acquistando una dimensione molto più aggressiva. Ottimo inizio.

Restlessness rimane a mio parere un episodio un pò a sé stante, probabilmente il più atipico. Un incipit piuttosto grintoso ed una groove corposa, una sorta di funk-prog metal che spinge molto per tutta la durata del pezzo. La parte cantata è a tratti sincopata, andando a ricordare in qualche modo certe prove di Robert Smith dei Cure; la chitarra dal canto suo svaria a piacimento, incalzata da un ritmo incessante. Una breve pausa, di attesa, conduce poi ad una conclusione frenetica e scoppiettante.

I dieci minuti di Hallucinogen sono tra i più stimolanti ed interessanti in programma; si parte con un ritmo infernale, scandito da basso e batteria cui si aggiunge un riff ripetuto della chitarra. A questa fase ne segue subito una che definirei psichedelica, acida, con la sei corde di Ryan Elliott. Prende forma così una sorta di gioco di specchi, dove si inseguono e si alternano questi due movimenti all’apparenza lontani tra loro. Si può pensare ad una fusione tra il passato (Pink Floyd) ed il presente (Steven Wilson), il cui risultato è un bellissimo brano strumentale; la seconda parte decolla più aggressiva, le sonorità si induriscono, il ritmo aumenta vertiginosamente (notevole il drumming di Tom Burgess) per poi nuovamente planare verso il tema iniziale. Quando tutto pare avviato a finire, un breve stacco funky apre la via ad una fase conclusiva di nuovo molto intensa e poi, addirittura, space rock.

Proprio da questa ambientazione prende le mosse Hope You’re Happy; un arpeggio insistito della chitarra e poi il piano anticipano l’ingresso della voce del cantante. Il brano è giocato sullo spessore dell’atmosfera creata; una linea melodica malinconica e suoni ben collocati disegnano un paesaggio sonoro affascinante, reso ancor più suggestivo da un pregnante solo della chitarra.

Un andamento lento e cadenzato introduce Imagination, traccia che segnala il timbro vocale di Ryan Elliott non proprio come irresistibile. Va molto meglio invece da un punto di vista musicale pur senza strafare, questo è forse il pezzo più prevedibile del disco. Nonostante un’accelerazione ritmica non suscita particolari emozioni, almeno sino all’ingresso a sorpresa di un flauto, suonato da Nik Turner; il mood del brano muta vistosamente, seguire le traiettorie del fiato regala più interesse e così la seconda sezione riesce a controbilanciare la prima, piuttosto piatta.

Il vero asso nella manica viene calato con The Stars Unfold, ricca di suggestioni ed emozionante come nessun’altra. Qui gli Eden Shadow offrono il meglio, in un passaggio notturno di grandissima atmosfera; i suoni fluiscono lievi e continui come l’eterno scorrere di un fiume e l’impronta vocale di Elliott in questo caso pare più bilanciata. Tocca poi ancora alla chitarra “colorare” questa tela con pennellate estremamente precise e coinvolgenti, per un lungo solo di stampo “gilmouriano” sino ad un finale, dolce e sognante, segnato da piano e tastiere.

Elgon è un altro episodio corposo con i suoi undici minuti. I tipici toni, le tipiche sensazioni provenienti dall’ascolto di un brano art rock sgorgano dirette, semplici; il pezzo gira bene, senza intoppi pur senza poggiare su una melodia particolarmente strutturata. Il testo ed il registro del cantante non riescono a valorizzare appieno un’idea che musicalmente, sopratutto nella seconda parte, prende decisamente quota grazie ad un ottimo lavoro delle tastiere ed a una batteria molto più dinamica e propositiva.

True Grace chiude ed è un riuscito congedo, un garbato pezzo strumentale poggiante sul lavoro solista della chitarra in accordo con una buona trama ritmica.

Mi rendo conto di essermi particolarmente dilungato ma credo ne valesse la pena. Phases si rivela un buon album e sopratutto una giusta partenza per i giovani Eden Shadow; la voce di Elliott non è sempre convincente, talvolta le sezioni melodiche cercano soluzioni troppo facili ma, detto questo, tutto il “pacchetto” si rivela interessante. Certo, è normale che ci sia anche qualche passaggio rivedibile o comunque da affinare ma mi sento di dire con assoluta sincerità che la “pasta” è di quella buona. Dategli una chance.

Max

commenti
  1. yatahaze scrive:

    hai ascoltato Resistor – To the stars? gran bel album

  2. David scrive:

    li hai ascoltati?

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