frontNel ristretto comparto delle cult band un posto di rilievo credo vada assegnato di diritto ai Cynic, trio americano guidato dalla mente di Paul Masvidal (chitarra e voce).

Partiti oramai tanto tempo fa (Focus è del 1993) sull’abbrivio di un death metal molto tecnico e strutturato e sciolti di li a poco, sono rientrati in gioco solo dopo una quindicina di anni; il sound presente nel secondo album (Traced in Air) proponeva scenari abbastanza diversi, molto più inclini al prog metal e con elementi progressive e fusion a rendere ulteriormente più netto lo stacco dagli inizi.

E’ seguito poi un EP interessante (Carbon-Based Anatomye adesso finalmente la pubblicazione del terzo Cd, intitolato Kindly Bent to Free Us e pubblicato dall’etichetta indipendente Season of Mist.Se ci possono essere delle attinenze con il lavoro del 2008 è anche vero che ci sono a mio avviso ulteriori spostamenti e ritocchi, a conferma del fatto che siamo davanti ad un gruppo in continua evoluzione e, pertanto, di difficile catalogazione; non è fuori luogo al momento considerare in ambito alternative metal questo nuovo disco del trio.

Kindly Bent to Free Us è stato inciso a Los Angeles e voglio segnalare la presenza in fase di mastering di Maor Appelbaum (Sepultura, Cathedral) che probabilmente ha avuto modo di imprimere il suo “tocco” (non lieve) alla riuscita finale.

La formazione è rimasta invariata e dunque a fare compagnia al chitarrista ci sono i soliti Sean Malone (basso) e  Sean Reinert (batteria e tastiere) ma sul versante dell’ascolto, a mio modo di vedere, molte cose sono mutate.

Suoni appuntiti, a spigolo vivo si contrappongono a slanci melodici dolci e delicati; pesanti riff di chitarra si interfacciano con passaggi puliti e lievi, in un continuo tourbillon di immagini e sensazioni, molto moderne e mai scontate.

Sin dalle prime note True Hallucination Speak tiene fede al titolo, andando a scavare nei meandri sonori più lontani e reconditi; gran ritmo spezzato e variato della coppia Malone-Reinert, ad accompagnare la chitarra tagliente di Paul Masvidal. Improvvisi stop, cambi di direzione repentini, il tutto su di un tappeto musicale in continuo sviluppo, sino a giungere ad un breve inciso melodico prima del finale, nuovamente molto ritmico.

Il sound distorto della sei corde apre per The Lion’s Roar in un avvio che ricorda alla lontana i Mastodon; subito però il mood viene stravolto, in altalena tra parti strumentali più aggressive ed altre cantate in cui i toni si addolciscono. La ricerca melodica è comunque sempre spuria, contaminata da suoni “sporchi” e comunque fuori dall’ordinario.

La title track accenna ad un cambio di passo con un’atmosfera rarefatta; ben presto però il regime di rotazione aumenta grazie ad un ritmo imprevedibile, sincopato e a strappi, per accompagnare la voce di PM. Le trame che vanno ad intersecarsi sono molteplici, nè mancano passaggi a sorpresa. Brano di non immediata presa ma che certo non scade nella noia.

Segue Infinite Shapes, anch’essa graduale e morbida. I Cynic continuano a giocare a piacimento su questi cambi improvvisi di atmosfera, mischiandoli e confondendoli tra loro senza sosta; non indugiano mai su di una linea melodica ma si preoccupano sempre del passo successivo, conferendo così all’ascolto un grande senso di curiosità ma anche una particolare richiesta di attenzione.

E’il turno poi di due dei migliori episodi del disco. Il primo, Moon Heart Sun Head, gode di una maggiore accessibilità pur muovendosi sulle orme dei precedenti. La consueta varietà di ritmi e temi viene infatti confortata da una seconda fase in cui le sezioni vocali assumono grande rilievo.

Il secondo è rappresentato da Gitanjali; traccia di soli quattro minuti in cui si riversano input sludge, prog, alternative, in una girandola inarrestabile.

Holy Fallout percorre ancora questa sorta di terra di nessuno, dove il melting pot tra più generi si concretizza nel sound peculiare del trio americano ed in una parte conclusiva di grande suggestione.

Endlessly Bountiful reitera il contrasto tra atmosfere lievi e sonorità più dure, anche se in questo caso i toni vengono smorzati, il gap notevolmente ridotto, portando il brano ad assumere quasi i contorni di un inno.

Album breve per gli standard attuali, probabilmente potrà non incantare i fans dei Cynic della primissima ora ma posso garantire invece che Kindly Bent to Free Us sarà uno dei Cd più discussi in questo 2014. Non regala niente di sé all’istante, richiede curiosità, tempo e pazienza ma pian piano…arriva. Consigliato ai più desiderosi di qualcosa di diverso dai lavori canonici ed inquadrabili.

Max

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