frontUna delle regole che osservo, scrivendo di musica, è quella di cercare di rimanere sempre obiettivo di fronte ad un disco, indipendentemente dai musicisti in questione, dalla loro storia e, aspetto talvolta complicato, dai miei gusti e passioni. Dunque, in sintesi, provare a restare sull’album del momento, tentando di non farmi influenzare più di tanto dalle produzioni precedenti; raramente mi sbilancio nei toni, in un senso o nell’altro, perché alla fine di musica si parla e quindi alla base stanno le preferenze di ognuno.

In questo caso però mi riesce davvero difficile non fare un’eccezione perché mi trovo al cospetto di un lavoro che mi ha lasciato allibito, pieno di gioia e di sorpresa per la bellezza e la freschezza e, una tantum, con un piacevole velo di nostalgia.

Dopo un silenzio quasi infinito, durato ben ventuno anni (!), si ripresenta sulla scena David Crosby con il quarto album in studio della sua carriera, intitolato semplicemente Croz; se gli ultimi due, incisi a cavallo tra gli ’80 e i ’90 non si erano rivelati di certo memorabili, incredibilmente questo nuovo album regala qualità ed emozioni a non finire.

Un disco scritto per il proprio divertimento e pure una sfida, se vogliamo; dopo un lasso di tempo così prolungato non mi aspettavo francamente una prova simile, non fosse altro per l’età del nostro che veleggia serenamente verso le 73 primavere !

Croz è stato registrato largamente nello studio del figlio e questo particolare si riverbera intensamente tra i solchi del disco. Il “grande vecchio” di L.A. recupera tutto il suo carisma, l’intensità nella voce e nelle parole, crea spesso con poche note un’atmosfera magica su uno sfondo rilassato e pacifico che si manifesta proprio grazie alla collaborazione con il figlio James Raymond. Non c’è più quel graffio di rabbia nel suo timbro, oggi ne ha preso il posto un pacato e lucido disincanto che può essere però altrettanto feroce.

Pubblicato per la propria etichetta Blue Castle Records e co-prodotto da Daniel GarciaCroz mette in campo undici brani ammantati di un fascino capace di stregare, di ipnotizzare, percepibile fin dai primi passi di What’s Broken, brano in cui è chiaramente riconoscibile il tocco di Mark Knopfler all’ elettrica. Si fondono così due decadi differenti, due periodi musicalmente diversi con il risultato di costruire un sound colmo di richiami e riverberi jazz (il grande amore del musicista), rock-blues e country rock; classe e gusto grondano a grappoli.

Andando avanti c’è solo da scegliere, ognuno può identificare i brani preferiti ma quel che resta inalterata è la qualità, sempre ottima. Così ci si imbatte nella morbida e accogliente Time I Have (bello il suono del fretless di Kevin McCormick) oppure nella magia vocale ed il ricordo con Holding On To Nothing, in cui la tromba di Wynton Marsalis certifica il mood jazzy.

Ancora, The Clearing (autore il figlio) è uno dei passaggi in cui più risalta la vitalità vocale di Crosby; la via del ritmo cara al musicista californiano con Radio. Capolavori (lo sottolineo) come Slice Of Time, in cui si disimpegna ottimamente un ispirato Marcus Eaton alla chitarra e dove pare che il tempo per DC si sia momentaneamente fermato.

I richiami psichedelici di Set That Baggage Down, la bellezza malinconica e abbagliante di If She Called (un testo crudo e reale), le armonie vocali da brivido in Dangerous Night, le inquietudini sul futuro dell’umanità derivanti dalle guerre tecnologiche (Morning Falling), una nuove incursione ritmica (Find A Heart) contrassegnata dal buon drumming del fido Steve DiStanislao e dal sax di Steve Tavaglione.

Un’artista vivo e propositivo, arrangiamenti davvero all’altezza, molti spunti jazzati, fanno di Croz un album imperdibile. I più “maturi” andranno sicuramente con la mente a If I Could Only Remember My Name e, pur esistendo delle ovvie differenze, non rimarranno delusi. Agli appassionati più giovani raccomando di ascoltarlo. Must have !

Max

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commenti
  1. il barman del club ha detto:

    è sempre una gioia ascoltarlo…

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