frontPer qualche insondabile ragione ci sono musicisti che nella loro carriera hanno raccolto decisamente meno di quanto meritassero, nonostante le buone qualità tecniche e una naturale predisposizione al song writing. Questo è il caso di Lee Abraham, bassista inglese già con i Galahad per circa quattro anni, che periodicamente torna a dare notizie di sé con un nuovo disco.

Distant Days è il quarto lavoro per Abraham il quale in effetti vanta una fitta attività di collaborazioni prestigiose ed interessanti, tutte inserite nell’ambito del new prog inglese ma alla resa dei conti, Galahad a parte, si è sempre mosso in modo indipendente. Una sorta di talentuoso “cane sciolto” (mi si passi il termine) che non ha mai mancato però di regalare buona qualità.

Il nuovo lavoro non si discosta dunque da quello che è il filone di appartenenza, sciorinando così tutte le credenziali ed i parametri ben noti del progressive britannico. A tale proposito si potrebbe aprire l’ennesima discussione sulla freschezza e la validità di certo sound ancora oggi ed il mio pensiero al riguardo rimane quello di sempre: se e quando certa musica, certi accordi, sono ben suonati, amalgamati e regalano gustose sensazioni all’ascolto…credo vada bene così. La ripetizione pedissequa quella no, diventa un esercizio sterile ma fortunatamente non è il caso di Distant Days.

Come in passato Lee Abraham è circondato da un folto gruppo di musicisti, alcuni dei quali tendono a gravitare con insistenza nella sua orbita (Gerald Mulligan dei Credo). Un altro manipolo è rappresentato invece da “ospitate” di prestigio che sin qui sono state una caratteristica costante. In questa occasione sono presenti tra gli altri Karl Groom (Threshold), Marc Atkinson (Riversea), John Young (Lifesigns), Robin Armstrong (Cosmograf).

Inciso nei suoi Dockside Studio a Southampton (una sorta di piccola cattedrale del prog inglese), Distant Days è stato auto prodotto. Si tratta di una bella raccolta di sette brani dei quali due di un certo “peso” per una durata complessiva di un’ora circa.

L’ascolto è assolutamente gradevole, vengono unite nei limiti stretti del genere melodia e potenza, senza disdegnare alcuni cambi di tempo importanti; la matrice, come premesso, rimane quella ben nota.

Sul versante dei brani più dinamici e strutturati, carichi di pathos ma mai dimentichi delle linee melodiche più emozionanti si inserisce l’introduttiva Closing The Door, capace di ospitare nella parte centrale un solo di chitarra di rara intensità.

La title track si muove lenta e malinconica, sostenuta da un fitto arabesco di tastiere, per poi fare emergere un solo di chitarra dal timbro squillante e, di li in poi, la ripresa del tema iniziale.

The Flame si annuncia su alcune di quelle che sono le più tipiche sonorità neo prog per poi mutare radicalmente. Gran ritmo in questo caso, profusione di keyboards ed un refrain a dire il vero un pò prevedibile; il pezzo comunque “gira” a dovere sotto l’impulso continuo del basso di Abraham e degli interventi della chitarra. Una sorta di A.O.R. – prog e qui a mio avviso viene fuori l’ esperienza vissuta con la band di Stu Nicholson.

Esplosiva e scura, così parte Misguided con al centro un gran lavoro della sezione ritmica; uno strumentale abbastanza aderente al prog metal per densità e “intenzione” del suono, molto interessante.

Uno dei migliori momenti è Corridors Of Power, una lunga traccia (più di undici minuti) in cui si incrociano efficacemente tessiture heavy con altre di stampo prog. Una sorta di lunga e composita ballad, divisa in una parte iniziale più robusta, una sezione centrale morbida e poggiata su un canto malinconico ed una conclusiva in naturale crescendo, sino all’apice raggiunto da un torrido solo di chitarra.

Walk Away torna a percorrere le orme su di un percorso piuttosto radio friendly; diretta, immediata, linee piuttosto “catchy”, ben eseguita ma abbastanza lontana dal resto dei brani in programma. Personalmente il pezzo che meno mi convince e, a onor del vero, sottolineo che l’epilogo (solo in parte) ne riscatta l’esito.

La chiusura, ottima, è affidata a Tomorrow Will Be Yesterday; quindici minuti nei quali si ripete a grandi linee lo schema visto per Corridors Of Power. Con ogni probabilità però è proprio questo il passaggio più prog in assoluto; linee vocali in grande risalto enfatizzate dai cori, arpeggi di chitarra, una presenza quasi totalizzante delle tastiere, inserti “strappa-cuore” dell’ elettrica. Il secondo segmento invece presenta suoni molto increspati, duri ed una notevole accelerazione del ritmo.

Album destinato a fare discutere gli amanti del genere, Distant Days a mio avviso si rivela come un lavoro onesto, molto ben suonato e a suo modo vario; certo, la “sacra” fonte delle idee alla quale attingere non è proprio inedita ma tant’è. Lee Abraham ha fatto un buon lavoro e con lui gli ottimi musicisti presenti (citazione doverosa per Karl Groom); non imperdibile ma da ascoltare.

Max

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