frontRicomparsi due anni e mezzo fa con il non esaltante Elegant Stealth tornano alla ribalta i gloriosi Wishbone Ash con Blue Horizon, ventiduesimo lavoro in studio del quartetto inglese guidato dall’inossidabile Andy Powell.

Se il lavoro precedente a conti fatti aveva dato l’impressione di poca ispirazione, di un qualcosa messo su alla bene e meglio attingendo a spunti troppo diversi e lontani tra loro, il nuovo album purtroppo conferma in parte questa sensazione di scarsa organicità.

Smarrita (o lasciata) pressoché definitivamente la vena progressive rock che aveva connotato alcuni degli episodi migliori della band, Powell e soci oggi si affidano ad un grande mestiere e procedono ondivaghi, attraversando come niente fosse passaggi rockrock blues, A.O.R. e, solo in sporadiche occasioni, fanno veloci puntate a sfiorare il progressive.Sin qui poco male, in fin dei conti si tratta di una scelta come un’altra; il problema  nasce (a mio avviso) nel momento in cui si cerca di trovare un nesso, un filo, una linea guida che tengano insieme i dieci brani presenti sul Cd. Si passa in un baleno da sonorità tipicamente americane (grande bacino di pubblico per il gruppo) ad altre, molto differenti, di stampo chiaramente inglese in uno strano melangé che non trova un minimo di omogeneità.

A parte dunque qualche  eccezione i pezzi, presi singolarmente, non sono da buttare, qualcuno anzi trova anche modo di farsi apprezzare in modo particolare; nella sua globalità comunque Blue Horizon, volendolo collocare su di un ipotetico scaffale, può stare bene e comodo nella generica sezione classic rock.

La qualità messa in campo dal gruppo non è in discussione; Andy Powell (chitarra e voce solista), Muddy Manninen (chitarra e cori), Bob Skeat (basso) ed il più giovane Joe Crabtree (batteria) al terzo lavoro d’insieme offrono un esempio di grande professionismo. La mancanza di una voce di punta (M.Turner) e l’assenza di un paio di songs dalle tinte forti penalizzano però abbastanza il risultato finale, impedendo al disco di spiccare il volo.

Tra le tracce in programma voglio ricordare l’introduttiva Take It Back, la ben strutturata Being One (forse l’episodio più aderente al progressive). Bello il solo di Powell nel rock di Way Down South, buono il terzetto conclusivo che prova a guardare all’indietro, in direzione dei tempi di Argus e PilgrimageAmerican Century, la title track (una tipica ballad del gruppo con un nuovo solo di chitarra) e All There Is To Say, caratterizzata da alcuni accenti folk iniziali.

Nel mezzo episodi rock e rock-blues che non credo siano destinati a lasciare il segno; di nuovo un disco accettabile da parte di una storica band. Non sarà Blue Horizon a venire ricordato come uno dei migliori lavori dei Wishbone Ash, è del tutto evidente che il meglio lo hanno già regalato. Nonostante questo però va loro un ringraziamento per la voglia di dire ancora qualcosa in un panorama musicale ormai profondamente mutato e, nel quale, forse cominciano a segnare il passo.

Max

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