frontUn gruppo con una storia ormai lunga e consolidata alle spalle, un sound estremamente eclettico e difficilmente catalogabile tanto da fare nel tempo collezione di “etichette”: progressive, new prog, psychedelic rock, alternative rock, post rock. Tutto e niente di questo, sto parlando dei Motorpsycho che pubblicano in questi giorni il loro nuovo e sedicesimo titolo, Behind the Sun.

Un anno fa avevano dato alle stampe Still Life With Eggplant che mi aveva colpito per l’insolito senso di leggerezza ed immediatezza, alcuni brani parevano addirittura seguire la forma-canzone con risultati comunque sempre più che dignitosi.

Confermata la presenza come secondo chitarrista di Reine Fiske (già con i Landberk), il trio divenuto..quasi un quartetto riparte proprio dall’album precedente per espandersi nuovamente verso più direzioni.La qualità che da sempre ho più apprezzato nella band norvegese è proprio la continua sperimentazione, il non volere mai fermarsi troppo su modelli pre costituiti, nel tentativo di ampliare costantemente la propria ricerca sonora. Certo, talvolta le situazioni si sono lievemente ingarbugliate ma i Motorpsycho sono sempre riusciti a ripartire con maggiore slancio, sino ad arrivare a questo disco che a mio parere si pone tra i più validi sin qui pubblicati.

La fervida mente di Bent Sæther anche questa volta è riuscita ad esplorare territori appartenenti alla psichedelia (non di rado scorgo richiami ai magici Grateful Dead), contaminandoli con accenti progressive e sonorità che oggi vengono definite alternative. Il duo cementato negli anni con Snah è riuscito di nuovo a spingersi oltre, in un crescendo di lucida follia che li ha portati negli anni a percorrere molte traiettorie diverse tra loro, riuscendo sempre a innervare la musica con un proprio imprinting.

Motorpsycho di Behind the Sun sono una versione che apprezzo in modo particolare. Come ripeto, tanta psichedelia ma le sorprese sono continuamente dietro l’angolo. Non ci sono (o quasi) episodi in tono minore, ognuno racconta qualcosa di particolare a cominciare dalla opener Cloudwalker (A Darker Blue); echi di un sound fine anni ’60 si mescolano ad accordi e tonalità attuali, riproponendo in un certo senso il formato dell’album precedente.

Violino (Kari Rønnekleiv) e viola (Ole Henrik Moe) introducono dolcemente Ghost, una lieve e soffusa ballata di grande atmosfera. Dopo di che si parte in quarta, dapprima con On a Plate, caratterizzata da un ipnotico “giro” tra chitarra e basso; il suono si fa più duro e acido, prende sempre più i contorni della realtà l’idea di venire scaraventati indietro nel tempo.

Si prosegue con The Promise, passaggio in cui forse meglio si compie l’attualizzazione di certo tipo di sonorità; con Kvæstor (incl. Where Greyhounds Dare) comincia invece una sequenza di tracce più lunghe, i brani si dilatano e la forza prorompente della band sprigiona da ogni nota, ritmo serratissimo con in evidenza la batteria di Kenneth Kapstad.

I tempi si allungano ulteriormente,  Hell, part 4-6: Traitor/The Tapestry/Swiss Cheese Mountain con i suoi dodici minuti abbondanti è il pezzo più lungo; introdotto solennemente dagli archi prima e da un arpeggio dell’acustica poi, riprende dal tema contenuto sul Cd precedente, per elaborarlo e svilupparlo ampiamente. Di nuovo una sensazione di attesa permea la parte centrale, quindi una sezione conclusiva assolutamente lisergica e space.

Entropy rimanda inizialmente a qualcosa dei Pink Floyd in versione acustica mentre nella seconda parte, più mossa, si evidenzia un caldo solo dell’elettrica. Un ultima “canzone” molto tirata e con il suono del mellotron, The Magic & the Wonder (A Love Theme) anticipa la chiusura di Hell, part 7: Victim of Rock. Siamo letteralmente ai fuochi artificiali, una partenza a razzo per un brano che ha il carattere quasi di una jam, salvo riprendere la linea melodica del tema principale; la band qui è incontenibile, straripante.

Difficile per me aggiungere qualcosa, Behind The Sun è un disco assolutamente imperdibile per chi ama sonorità psichedeliche trasformate e riviste in modo attuale. Nell’ascolto ci si perde letteralmente dentro, travolti da una girandola di suoni e di emozioni; credo che i Motorpsycho abbiano scritto una pagina fondamentale nella loro carriera.

Max

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