frontArchiviata temporaneamente la bella e pastorale parentesi acustica a nome Luna Rossa, Anne-Marie Helder e Jonathan Edwards hanno di nuovo radunato la truppa dei Panic Room per pubblicare il quarto lavoro in studio, Incarnate.

Paul Davies, il chitarrista originario, ha lasciato la band lo scorso anno e per sostituirlo la scelta è caduta su Adam O’Sullivan, musicista gallese; l’album è stato inciso presso gli Sonic One Studios sotto la supervisione del “solito”  Tim Hamill.

Queste, in estrema sintesi, le principali note ad accompagnare il nuovo album del gruppo di Swansea che si sta conquistando sempre più un posto di rilievo nell’ambito new prog, in particolar modo in questo filone che come ho già avuto modo di ricordare annovera interessanti ed importanti band.Un crescendo di consensi ha sin qui accompagnato il percorso dei Panic Room e a mio vedere tutto ciò è assolutamente meritato; le doti compositive e vocali della Helder, unite a quelle raffinate di Edwards al piano e alle tastiere sono state il giusto propellente per una costante ascesa, culminata nell’ ottimo Skin uscito due anni fa.

Né va sottovalutato il sostanzioso e discreto lavoro della versatile sezione ritmica formata dall’inamovibile Gavin Griffiths (batteria) e Yatim Halimi (basso).

Musica di grana fine quella della band gallese, tessiture morbide e di gusto vanno a toccare direttamente le corde delle emozioni, grazie ad atmosfere sofisticate e mai banali, una peculiare scelta e ricerca delle sonorità e a testi di qualità, talvolta immediati ma proprio per questo estremamente veritieri e realistici.

Sono dieci i brani che vanno a comporre Incarnate e c’è da dire tra l’altro che riescono a coprire musicalmente un discreto spettro, fermo restando che (grazie al cielo) il gruppo ha oramai da tempo un proprio stile, preciso e riconoscibile, accessibile e composito allo stesso momento.

Volendo dividere il disco in due parti posso affermare che mentre la prima cresce man mano, progredisce gradualmente, la seconda invece vive di alcuni momenti davvero travolgenti.

Partenza comunque di buona lena e ritmo con Velocity,uno dei brani che meglio unisce tutte quelle che sono le anime del quintetto, dagli elementi folk-prog alle rasoiate di una chitarra cara al prog più dinamico e aggressivo, unite ad una ritmica molto presente.

Di pasta totalmente differente è fatta la soffice Start The Sound, una piacevole ballad che mette in luce, neanche a dirlo, la bellissima voce di Anne-Marie HelderE’ questo il lato più vicino a certe sonorità folk, molto britanniche, che rimandano tra l’altro ad antichi riverberi di grandi gruppi del passato.

La title track riporta lentamente il ritmo in primo piano, in modo costante e progressivo; un moto circolare, regolare, che tende ad avvolgere e ad avviluppare nelle proprie spire, senza particolari scossoni ma inesorabile sino all’ingresso della chitarra, discreta e non roboante ma di “carattere”.

Atmosfera quasi jazzy per Nothing New; delicati ricami di chitarra ed un drumming quasi felpato accompagnano il timbro della cantante con alcuni improvvisi e brevi picchi, sino alla chiusa riservata al piano.

Rumore di acqua, di cascate per aprire The Waterfall, brano che completa la prima metà del Cd. Nuovamente una composizione delicata, ritmicamente sempre sospesa tra la ballata e il mid tempo. Questo forse è il solo tassello che non mi cattura, manca un pò di mordente e di quella magia che in altre occasioni i Panic Room hanno saputo infondere.

Con Into Temptation a mio parere comincia la sequenza migliore; questa è una traccia che credo entrerà di diritto tra le cose migliori nel repertorio della band. La Helder regala una prestazione sontuosa in un brano tondo e quasi ipnotico, segnato dal basso di Yatim Halimi (in splendida contro tendenza rispetto al mood) e da un finale a dire poco emozionante.

Altro ottimo passaggio è la blueseggiante All That We Are, in cui toni e colori caldi e sensuali si fondono magnificamente, creando un senso di appagamento e di conforto. Sarò monotono ma, ancora, una Anne-Marie Helder di grande livello !

Searching trascina via con sè, leggera e suadente, capace di coinvolgere sin dalle prime note. Su questo versante i PR si confermano gruppo da vertice, in grado di coniugare tra loro input diversi con apparente facilità e ottima resa. Ogni strumento ha il suo spazio, mai in eccesso ma la forza risiede nell’insieme, perfettamente calibrato. I brividi finali regalati dalla chitarra sono la ciliegina sulla torta.

Ancora una ballata malinconica e dolente a rimarcare l’animo sensibile dei musicisti (Close The Door),  prima del suggello finale, Dust; una sorta di chiusa impregnata di echi lontani, del battere lento e fermo della batteria, ammantata da un tappeto di tastiere e da accordi di piano ripetuti. La voce della singer assume un carattere etereo, sottolineato dal lavoro dell’elettrica nelle retrovie.

Dopo l’uscita di Skin ero molto curioso di conoscere le successive mosse dei Panic Room e devo dire di essere stato ampiamente ripagato. Incarnate è un album molto bello, di grande soddisfazione all’ascolto e che conferma tutto quanto di buono già si sapeva sul gruppo. Se proprio si vuole andare a cercare il pelo nell’uovo trovo che un paio di episodi nella prima parte avrebbero potuto essere meglio sviluppati ma, nel complesso, è una promozione (quasi) a pieni voti !

Max

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