frontL’Italia, si sa, e un paese anche oggi rimasto molto attaccato alle tradizioni più pure del progressive rock storico, quello legato agli anni ’70. Un numero imprecisato di band emergenti ne seguono le tracce, troppo spesso però limitandosi a riproporne pedissequamente i modelli; ci sono invece anche realtà diverse, le quali pur rimanendo incanalate in quel solco hanno cercato nel tempo di portare anche idee più attuali, farina del proprio sacco.

Tra queste vanno senza dubbio ricordati i torinesi Syndone guidati da Nik Comoglio; attivi sin dai primi anni ’90 hanno sin qui centellinato le proprie uscite che si sono comunque sempre rivelate interessanti ed all’altezza delle migliori aspettative. Tornano, quasi due anni dopo il vivace concept La Bella E’ La Bestia, con un nuovo lavoro in studio (il quinto) prezioso e raffinato, ricco di sfumature, dal titolo Odysseas.Va subito sottolineato che a completare il roster formato dal collaudato trio (Nik Comoglio – tastiere, Riccardo Ruggeri – voce, testi e Francesco Pinetti – vibrafono) è stato co-optato Sua Maestà Marco Minnemann, una delle eccellenze più sfolgoranti al giorno d’oggi; come vedremo poi, il peso e l’impatto del batterista di Steven Wilson Aristocrats nell’economia dell’ album non sarà di poco conto, anzi.

Altra ospitata di rilievo, pur se in un solo brano, è quella di John Hackett al flauto.

Il materiale composto da Comoglio Pinetti prende le mosse e si muove dai lavori precedenti ma, a mio avviso, solo in parte; poi se ne allontana, forte probabilmente di un differente sentire dei musicisti e dell’apporto concreto e di sostanza del grande drummer tedesco di stanza in California. C’è una maggiore ricerca dei suoni, una voglia di sperimentare da vicino la fusione tra gli echi di un tempo e le sonorità più fresche e vitali dei giorni nostri.

Ulisse, la sua Odissea e quindi il viaggio, la scoperta, le gioie, le emozioni, le avversità; tutto questo è racchiuso in fin dei conti in Odysseas che è di nuovo un concept ma, ribadisco, molto più variegato e caleidoscopico da un punto di vista musicale. Se nel titolo di due anni fa Riccardo Ruggeri era stato costretto a fare gli straordinari, dovendo dare voce e vita a molti personaggi, in questo caso può vivere più serenamente il proprio ruolo di singer perché è la musica, stavolta, a recitare un ruolo da protagonista.

I testi sono intensi e pregnanti, intendiamoci ma tra le righe compaiono molte pennellate sonore che si dirigono in più direzioni, non ultima quella che va verso certe sezioni di matrice zappiana (grande a tale proposito il lavoro di Pinetti al vibrafono).

I brani, nel dettaglio, regalano sensazioni ed emozioni differenti, a cominciare dalla splendida strumentale Invocazione alla Musa che introduce il CD e nella quale oltre al lavoro incredibile del duo Syndone balza agli occhi (e alle orecchie) una straordinaria partitura di Minnemann, capace di imprimere immediatamente un’ infinita quantità di accenti per una rocambolesca performance.

Sulle note di una chitarra acustica suonata da Pino Russo si dipana lenta Il Tempo che Non Ho, dove si registra l’ingresso vocale di Ruggeri; segue una lunga digressione strumentale, condotta da chitarra acustica, archi e piano che evolve e si conclude in un finale dolcissimo.

Un passaggio venato di rock, irrobustito da una bella sezione di fiati (Focus); malinconici echi dell’antica Grecia si diffondono in Penelope che riserva una parte di flauto a John Hackett.

Un altro breve gioiello strumentale di stampo fusion (Circe), l’oscura e profonda Ade, un trionfo “emersoniano” di tastiere tra numerosi contro tempi della ritmica (Poseidon). Ed ancora, un episodio quasi surreale (Nemesis), l’amaro affresco del ritorno (La Grande Bouffe), un serratissimo e drammatico segmento in cui il vibrafono recita un ruolo basilare (Eros & Thanatos).

Andamento largo, sinfonico e commovente ad aprire per Vento Avverso, un breve passaggio di vibrafono, carico di atmosfera (Libertà), la conclusione che si va a riallacciare in toto al mondo progressive (Daimones).

Fatta una giusta menzione per il magnifico e inquietante art work a firma dell’artista Lorenzo Alessandri, devo affermare di avere ascoltato probabilmente il miglior disco inciso dai Syndone. Musicalmente ineccepibile (anche se continua a mancare una chitarra elettrica) e con testi carichi di significato; riguardo questi ultimi, se proprio devo muovere un rilievo, cercherei di snellirli, di alleggerirli nella sintassi per una maggiore fruibilità.

Max

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