frontQuando un anno e mezzo fa è stato pubblicato Perilousa mio parere il migliore lavoro degli ultimi anni in casa Glass Hammer, avevo avuto modo comunque di augurare una svolta da parte della band del Tennessee, in funzione di un allontanamento deciso dalle sonorità di pura matrice Yes le quali stavano inesorabilmente relegando il combo americano ad un clone.

Nonostante la simultanea appartenenza di Jon Davison, oramai stabilmente voce anche della “casa madre”, Steve Babb e compagni hanno evidentemente accolto il mio auspicio, presentando con Ode to Echo (album in studio n.14) un lavoro che non solo recupera in buona parte sonorità e intenzioni precedenti a If ma addirittura, in alcuni passaggi, si spinge verso nuove direzioni.A rafforzare questa ventata di novità ci sono anche i cambiamenti per quanto riguarda il comparto voci: pressato dai molteplici impegni live e in studio con gli Yes, lo stesso Davison non è più il cantante solista, o meglio, lo è solo in alcuni brani. In altri si avvicendano (al rientro) Carl GrovesWalter Moore Susie Bogdanowicz mentre alla batteria fa il suo esordio Aaron Raulston. A completare il lotto ci sono poi due ospitate illustri e cioè Rob Reed dei Magenta David Ragsdale, violinista dei Kansas.

Il  nucleo centrale, la trave portante, rimane invece invariata con Babb al basso, Fred Schendel alle tastiere e Alan Shikoh ad occuparsi delle chitarre.

Tanta carne al fuoco dunque ma con una cottura sapiente e attenta non c’è il rischio che l’arrosto bruci; certamente, non tutto è perfetto, non ogni passaggio gira perfettamente calibrato ma nel complesso Ode to Echo si rivela un disco interessante, sopratutto per il desiderio di tentare finalmente una strada diversa da parte di musicisti cui la tecnica non ha mai fatto difetto.

Otto i pezzi in programma e come vedremo, se talvolta permane qualche reminiscenza affettiva verso la truppa di Chris Squire, i Glass Hammer volgono lo sguardo spesso altrove; verso il prog contemporaneo americano (Echolyn), recuperando strati del loro passato e guardando persino a certe vocalità care ai Gentle Giant.

Garden Of Hedon apre a meraviglia l’album, guidata da linee di basso possenti e da armonie vocali che rimandano subito al “gigante gentile”. I suoni spaziano maggiormente in uno spettro prog meno ristretto, decisamente più ampio, colorati da numerose sfumature del piano di Schendel e da una ritmica di sostegno o, alla bisogna, molto più ardita. Grande partenza !

E’ proprio Rob Reed al piano e mini moog a fornire gli input giusti alla bellissima Misantrog; il mood si mantiene non distante dal brano precedente, in bilico costantemente dunque tra afflati inglesi del passato e il “sentire” di certo prog statunitense odierno. Grande spazio al ritmo con accenti e cambi frequenti (a tratti quasi fusion), fanno il paio con una grande cura delle parti vocali. Una mini suite nella quale Davison è spesso doppiato dal controcanto.

Crowbone è uno degli episodi per certi versi più particolari ed atipici; un abbrivio semi-acustico impreziosito poi dall’intervento del violino di David Ragsdale si alterna ad un ripetuto e sognante arpeggio dell’acustica, in un paesaggio malinconico e solitario. La seconda sezione invece si indirizza dapprima verso tortuose sonorità crimsoniane per poi ritrovare l’aggancio con il Yes– sound.

La voce di Susie Bogdanowicz interpreta da solista I Am I, passaggio in chiaro-scuro, ondeggiante tra una melodia più leggera e quasi pop e segmenti musicali compositi e oscuri. L’evolversi del brano prende invece una tangente che lo conduce verso lidi completamente diversi, le partiture si fanno più strutturate e complesse.

Arriva il turno di The Grey Hills, brano di breve durata in cui ancora una volta certe polifonie la fanno da padrone su di un tessuto musicale fitto ed intricato.

E’ poi il momento (inspiegabile) di una cover, in questo caso Porpoise Song di Carole King (1968); al di la di ogni descrizione mi sfugge il senso dell’operazione.

Un episodio di stampo classicheggiante (Panegyric) contrassegnato dal piano e da un moto ipnotico precede la conclusione con Ozymydias, in cui compaiono alcune strutture vocali non dissimili a tratti dai Supertramp. Musicalmente riemerge la band di qualche anno fa, con uno stile più personale.

Ode to Echo è un vero e proprio tracciante che segna una rottura quasi totale con il recente passato. Messe finalmente da parte le velleità di tributo i Glass Hammer si impongono con un progetto diverso, per alcuni aspetti nuovo e che può spiazzare chi ha amato particolarmente le tre uscite precedenti. Con l’eccezione dell’inutile cover, i brani in scaletta sono tutti ben costruiti, con un buon bilanciamento tra tecnica e fantasia; album positivo, stimolante, non la pietra angolare del prog moderno ma perfetto per ripartire in modo alternativo.

Max

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