frontChiamatelo post rock o se preferite psychedelic rock, space, alternative o come meglio credete, fatto sta che etichettare il sound dei Crippled Black Phoenix è una missione complicata. L’eclettico combo di Bristol ha sin qui teso a spiazzare di continuo il pubblico, svolazzando tra più territori pur se mantenendo una certa impronta di neo-psichedelia.

Attiva solo dal 2007 la band formata da Justin Greaves presenta proprio in questi giorni l’ultimo lavoro dal titolo White Light Generator; si tratta del sesto full lenght, a conferma di una straordinaria prolificità del sestetto inglese.

Album diviso in due sezioni (black e white), prova a tracciare un nuovo profilo del gruppo, capace di rivelare due anime assolutamente differenti ma in qualche modo complementari.Se probabilmente nei tempi più recenti Mankind resta la vetta più alta, i CBP non hanno perso tempo nel stravolgere e mischiare di nuovo le carte, dando vita ad un disco alternativo; siamo a mio parere di fronte ad un gruppo molto particolare, in grado di passare da fiammate irresistibili ed entusiasmanti a passaggi quasi lugubri, lenti, che alle volte possono suscitare un senso di monotonia.

Nel loro caso, più che in tanti altri, risulta fondamentale il gusto ed il “sentire” (insisto su questo termine) di ognuno perché spesso sono talmente trasversali da risultare difficilmente afferrabili.

Rimangono le origini floydiane anche se in questa occasione parzialmente stemperate, rimane dall’altro lato l’impeto più hard rock e rimangono quelle connotazioni moderniste tanto attuali tra alcune band della scena odierna. L’impressione generale è di un album ben fatto, con a capo tutto l’estro del quale il gruppo inglese dispone ma qualcosa, comunque, non torna.

Innanzitutto la divisione tra le due parti è talvolta troppo netta. Inoltre, centrifugando le idee e gli spunti, seguendo una sorta di continuo mashup tra matrici diverse, ogni tanto ho l’impressione che i Crippled Black Phoenix si avvitino su loro stessi, paradossalmente prigionieri della volontà di spostare sempre in avanti i confini del proprio sound.

Il nocciolo duro della band si è avvalso in questo caso della collaborazione del chitarrista svedese Daniel Änghede e del batterista di estrazione metal Ben Wilsker. White Light Generator si apre con la “black side”, di stampo rock; questo almeno in via ufficiale perché a giudicare dalla breve ballad acustica Sweeter Than You (cover di un brano di Ricky Nelson) non si direbbe proprio.

Le cose cambiano piega con la mini suite intitolata NO!, divisa in due segmenti: il primo, più breve, intriso di un atmosfera sospesa, quasi di attesa. Il secondo che si annuncia lento e drammatico, sull’arpeggio di un’acustica; dopo questa fase introduttiva e strumentale, l’evoluzione che ne segue è senza dubbio più elettrica e trascinante ed i rimandi floydiani non si fanno attendere.

Crippled spostano il tiro con un andamento quasi doom per la successiva Let’s Have An Apocalypse Now!; ritmo duro con un passo lento, oscuro, a sottolinearne la drammaticità ed il tono “apocalittico”.

Black Light Generator richiama certe atmosfere space del passato, in una sorta di delirio psichedelico. Parasites rappresenta un tipico spaccato alternative rock, fatto di ritmi spezzati, muri di chitarre e voci cariche di effetti.

Un breve ed anonimo episodio narrato lascia il posto a Northern Comfort, opening della white side nella quale linee melodiche più identificabili trovano maggiore risalto. Il pezzo progredisce lentamente, con qualche sussulto a ravvivarlo di quando in quando ma personalmente non mi lascia entusiasta.

Giunge poi la traccia più “alla Floyd” del lotto, quella Wake Me Up When It’s Time To Sleep che per certi versi balza subito all’occhio, con la chitarra che guarda (con discrezione) al suono liquido di quella di Gilmour.

Caring Breeds The Horror si avvia lenta e cadenzata così come la prima parte della seguente You’ll Be Murdered, lacerata poi da un improvviso crescendo.

We Remember You (forse il migliore episodio, a più alto tasso di pathos) e A Brighter Tomorrow (vera e propria ninna nanna) completano i brani in scaletta.

Sono in chiusura, ascolto in “heavy rotation” White Light Generator e devo dire che fatico a farmene un’idea precisa; lo stile, la personalità, il sound dei Crippled Black Phoenix ci sono tutti, inconfondibili. La qualità delle idee messe in campo rimane oltre la sufficienza ma ho come l’impressione che la band abbia raggiunto il livello di saturazione, forse hanno inciso troppi album in un lasso di tempo non così prolungato. Il rischio di ripetersi qua e la serpeggia, una pausa di decompressione a questo punto probabilmente non guasterebbe.

Max

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