frontSempre sotto le insegne KScope si ripresentano ai nastri di partenza i norvegesi Gazpacho con l’ottavo sigillo della loro carriera, il nuovissimo Demon.

Il cammino della band di Oslo prosegue sicuro lungo i sentieri oramai ben noti dell’ art rock, di un crossover prog che mantiene saldamente alla base reminiscenze dei Marillion (era Hogarth) e ancor più dei Radiohead.

Quattro anni fa il concept piuttosto discusso (Missa Atropos); due anni dopo è venuto il turno di March of Ghosts ed oggi un nuovo concept, leggermente più breve, suddiviso in sole quattro tracce, pesanti sotto l’aspetto della durata e dell’impegno che come consuetudine richiedono i nostri all’ascolto.

La storia, brevemente, narra del ritrovamento di un manoscritto in un appartamento di Praga; lo scrittore che lo abitava, racconta nel documento della caccia che ha dato ad un diavolo, the  Demon. Dagli appunti emergono i tratti salienti di questa entità, rivelandosi analoghe a molte di quelle che possono essere le debolezze ed i limiti umani.

Al primo ascolto devo dire di essere rimasto perplesso (ed uso un eufemismo); la musica segue di pari passo l’introspezione del plot e dunque ad un primo approccio risulta di una lentezza disarmante. La voce di Jan Henrik Ohme ondeggia perennemente tra il timbro dell’ Hogarth più dolente e quello del Thom Yorke più disperato e dannato; i paesaggi sonori dipinti dal sestetto, più inquietanti, malinconici e notturni che mai, non si rendono complici di un ascolto diretto ma restano inizialmente distanti, algidi, quasi gelidi.

Non c’è dubbio che i Gazpacho siano maestri nel rendere in modo così vivido ed al tempo stesso dannatamente oscuro le loro origini dell’estremo nord, con tutte le sensazioni che ne conseguono a corollario. Ancora una volta hanno inciso un album che poco regala allo spettacolo e allo sgorgare fluido delle emozioni; Demon è un disco cui accostarsi gradualmente, sicuramente “scomodo” e faticoso al primo impatto e che come un’alta vetta va pian piano conquistata.

Solo dopo un nutrito numero di tentativi si arriva a farsene un quadro ben delineato e solo a quel punto si può cominciare a trarre le prime  conclusioni.

Come accennato l’album è suddiviso in soli quattro brani due dei quali, tra loro distanziati, sono a formare una suite; è proprio la prima parte di questi a fungere da introduzione. I’ve Been Walking annuncia il tipico stile di Thomas Andersen (tastiere) e compagni, qui più che mai ispirato dalle sonorità più care ai Radiohead. Il timbro di Ohme ricerca spesso quella cadenza “hogarthiana” oramai a lui cara; un intermezzo del piano guida poi il pezzo verso un secondo segmento più vivace, la ritmica (Lars Erik Asp – batteria e Kristian Torp – basso) si fa nettamente più percepibile, donando vigore ad un pezzo altrimenti un pò piatto. Il violino di Mikael Krømer va a connotare con elementi folk e malinconici l’epilogo.

Il passaggio più breve, The Wizard of Altai Mountains, è anche quello che regala meno emozioni. Aperto dal suono di banjo (Stian Carstensen), scivola via anonimo sino ad un solo della fisarmonica, doppiata poi dal violino, che fa pensare ad una festa popolare in un paese dei Balcani o del lontano oriente. Un episodio folk a tutti gli effetti, funzionale al racconto ma che musicalmente non mi convince.

Di altro spessore invece è la seconda parte di I’ve Been Walking. La voce femminile di Charlotte Bredesen provvede a dei cori che enfatizzano all’inverosimile l’atmosfera triste e plumbea messa in scena dai Gazpacho; viene ripreso e dilatato il tema iniziale, cominciando un gioco di vuoti e pieni tra sezioni cantate ed altre strumentali. I suoni in linea di massima restano minimali, tranne per alcuni crescendo corali. Un break di piano e violino lascia poi spazio ad un ingresso potente della band, in cui finalmente si sente con più decisione anche la chitarra di Jon Arne Vilbo. Un’altra pausa, cui segue un’ulteriore e cadenzata ripartenza, guidano la traccia sino al termine.

Death Room, vero macigno di oltre diciotto minuti, conclude il lavoro. I Radiohead (so di ripetermi ma il paragone viene automatico) più profondi, un alone di buio e depressione, un paesaggio desolante: queste le prime e genuine sensazioni scaturite dall’ascolto del brano cardine di Demon. Presagi ineluttabili, un senso diffuso di inquietudine, rimbalzano costantemente dalle note e gli accordi prodotti dai musicisti; l’incanto del violino, solo e disperato, accompagna spesso il canto struggente (ma un pò monocorde) di Ohme. Nuovamente, una fase finale più mossa scuote dal torpore che inevitabilmente prende di fronte ad una traccia così lunga.

Partendo da Missa Atropos Gazpacho hanno composto una sorta di trilogia, più o meno consapevole. Demon ne è probabilmente il momento più complesso e, forse, l’epilogo. Ho avuto modo di leggere recensioni entusiaste e commenti più o meno positivi; per parte mia non mi sento di condividere in toto queste valutazioni, di aderire tout court ad un processo di beatificazione.

Indubbiamente i Gazpacho si confermano una solida realtà, ben distinta ed alternativa (pur se con evidenti riferimenti). Il loro sound però sconta a mio vedere una ripetitività non comune ed il volere dilatare così tanto i pezzi sicuramente non aiuta; ci sono molti particolari di pregio nascosti tra le righe, come uso e costume della band ma rimane, inalterabile, un complessivo senso di pesantezza.

Max

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